Autorità – Autorevolezza – Autoritarismo

Questo articolo affronta la distinzione tra autorità, autorevolezza e autoritarismo al fine di migliorare la convivenza sociale.

Questo è ancor più utile nei momenti nei quali problematiche non consuete esigono la piena consapevolezza da parte di tutti dei concetti ora citati per poter far fronte comune contro le difficoltà.[1]

 

L’autorità è il fondamento del potere.[2]

L’autorevolezza è il tratto personale frutto dell’esercizio corretto del potere.[3]

L’autoritarismo è la degenerazione dell’esercizio del potere.[4]

 

Se non si hanno ben chiari questi tre concetti, si commettono degli errori come, ad esempio, quello di pensare che l’esercizio del potere da parte di chi detiene l’autorità sia autoritarismo.

Questo errore implica che, per divincolarsi da un autoritarismo in realtà inesistente, gli individui si convincano che la legge sia un consiglio e che la libertà consista nel poter fare ciò che si desidera.

In un contesto siffatto, ciascuno massimizza unicamente la propria utilità personale e la convivenza sociale degrada a coesistenza di individui nella quale ciascuno fa agli altri ciò che non vuole sia fatto a se stesso.

Un contesto sociale così costruito fa perdere a tutti opportunità, tempo e denaro e ostacola le scelte di chi vuole edificare e accrescere il bene comune.

 

Come abbiamo detto poc’anzi, l’esercizio del potere da parte di chi detiene l’autorità non è per ciò solo autoritarismo.

L’autoritarismo non si ha quando il potere pone in essere azioni o omissioni diverse da quelle ritenute opportune e convenienti, né quando il potere applica delle sanzioni e nemmeno quando il potere fa uso della forza.

 

L’esercizio del potere, infatti, richiede di compiere delle scelte che siano finalizzate al bene comune anche quando i destinatari di quelle scelte non le condividano.

Facciamo due esempi.

Pensiamo al caso di un bambino che non voglia bere lo sciroppo amaro necessario per guarire dalla tosse.

Se i suoi genitori tenessero in considerazione il rifiuto del bambino e scegliessero di non dargli lo sciroppo, il bambino non guarirebbe.

Pensiamo a un consenso popolare maggioritario a favore della guerra di annessione e di conquista, oppure favorevole alla discriminazione di persone in base alla loro etnia o al loro popolo di appartenenza.

Se chi detiene l’autorità realizzasse queste azioni, commetterebbe degli illeciti previsti e puniti dal diritto internazionale pubblico e a nulla varrebbe la giustificazione che quelle azioni sono state poste in essere sul fondamento del consenso della maggioranza dei cittadini.

 

L’esercizio del potere, poi, richiede l’applicazione di sanzioni certe e con efficacia deterrente perché le norme in vigore siano osservate.

Come è noto, il rispetto delle norme è necessario per la tutela degli individui, singoli o associati, e dei beni.

 

L’esercizio del potere, infine, esige di esercitare anche la forza, se ciò è necessario per vincere le azioni o le omissioni contrarie alla legge.

Vi sono casi nei quali l’esercizio di questa forza non può evitare di sopprimere delle vite umane.

Si pensi alla legittima difesa contro l’ingiusto aggressore della quale ha scritto San Tommaso d’Aquino.[5]

 

Ciò detto, possiamo domandarci cosa distingue il corretto esercizio del potere da parte dell’autorità dalla degenerazione dell’esercizio del potere che integra l’autoritarismo.[6]

L’esercizio del potere da parte di qualsiasi autorità ha come fine il miglioramento della qualità della vita della generalità delle persone oppure, nei casi nei quali vanno affrontate delle problematiche non consuete, la realizzazione di una nuova qualità della vita comune.[7]

Un esempio di questa seconda evenienza possiamo trovarlo nella situazione dell’Italia al termine della seconda guerra mondiale con il Paese da ricostruire e la società da rifondare su delle nuove basi repubblicane e democratiche.

L’esercizio del potere è degenerato quando l’unico fine dell’agire dell’autorità è il potere.

 

Fin dai tempi di Aristotele sappiamo che la politica è quella forma dell’agire umano che ha come fine il bene comune.[8]

Quest’ultimo è il complesso delle situazioni di fatto e di diritto che consentono a ciascuno di realizzarsi secondo le proprie capacità e attitudini.[9]

L’esercizio del potere è degenerato quando ha come fine la realizzazione di un individuo o di un gruppo di individui, ma non della generalità degli individui.

 

Avere l’intenzione di realizzare il bene comune non significa essere in grado di realizzarlo.

Per questo, l’esercizio del potere da parte dell’autorità deve competere a chi ha la competenza scientifica, la capacità tecnica e l’esperienza professionale per attuare il bene comune nel settore di volta in volta preso in esame.[10]

L’esercizio del potere è degenerato quando l’autorità compete a persone che non hanno la competenza, la capacità e l’esperienza ora citate.

 

Per attuare il bene comune, l’esercizio del potere da parte dell’autorità deve orientare il fine dell’economia e della finanza alla persona umana nella sua crescita integrale e attenta alle necessità di tutti.[11]

L’esercizio del potere è degenerato quando l’autorità lascia che l’economia e la finanza pongano in secondo piano il fine della persona umana ora specificato.

 

Queste coordinate ci permettono di comprendere come deve essere esercitato il potere e dunque ci fanno capire che i provvedimenti dati dall’autorità – in particolare nei momenti di difficoltà fuori dall’ordinario – possono essere criticati e impugnati nei modi di legge, ma non devono essere disattesi perché il loro contenuto non ci è gradito.

La consapevolezza del corretto esercizio del potere è il dato che deve orientare il nostro agire in comune per fare fronte alle difficoltà, non il fatto che un atto emanato dall’autorità abbia un contenuto a noi gradito.

 

Vi ringrazio per il vostro tempo e per la vostra attenzione.

 

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA

[1] Nel momento in cui scrivo questo articolo è in corso la pandemia globale di Covid-19 Coronavirus dichiarata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità l’11 marzo 2020.

https://www.who.int/director-general/speeches/detail/who-director-general-s-opening-remarks-at-the-media-briefing-on-covid-19—11-march-2020

 

Il 30 gennaio 2020, dopo la seconda riunione del Comitato di sicurezza, il Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva già dichiarato il focolaio internazionale da Covid-19 Coronavirus un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (Public Health Emergency of International Concern – PHEIC).

https://www.who.int/news/item/30-01-2020-statement-on-the-second-meeting-of-the-international-health-regulations-(2005)-emergency-committee-regarding-the-outbreak-of-novel-coronavirus-(2019-ncov)

 

 

[2] Confronta Vocabolario on line Treccani, autorità

in: https://www.treccani.it/vocabolario/autorita

autorità s. f. [dal lat. auctorĭtas –atis, der. di auctor –oris «autore»; propr. «legittimità»]. – 1. a. Nell’ambito giuridico e politico, la posizione di chi è investito di poteri e funzioni di comando, e la cui forza è basata da un lato sulla sintesi del volere con la legge, dall’altro sul riconoscimento ufficiale della forza stessa: l’adello statodel governodei ministridel tribunaledi un funzionarioprincipio di a., l’affermazione della necessità di un potere sovrano (per un’altra accezione di questa locuz., v. il n. 3 b); fig., l’adelle leggi.” 

 

Confronta Dizionario on line Hoepli, autorità

in: https://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano/parola/A/autorita.aspx?query=autorit%c3%a0

autorità
[au-to-ri-tà]
s.f. inv.

1 Potere legittimo di emanare disposizioni vincolanti per i destinatari; diritto di decidere, di agire, di dettare norme e leggi: l’a. dello Stato, della leggel’a. di un magistrato
‖ Agire d’autorità, in virtù dell’autorità di cui si dispone”

 

 

[3] Confronta Vocabolario on line Treccani, autorevolezza

In: https://www.treccani.it/vocabolario/autorevolezza

autorevolézza s. f. [der. di autorevole]. – L’essere autorevole, qualità di persona o cosa autorevole: l’a. dei suoi insegnamenti.”

 

Confronta Vocabolario on line Treccani, autorevole

in: https://www.treccani.it/vocabolario/autorevole

autorévole agg. [der. di autore]. – Che ha autorità, per la carica che riveste, per la funzione che esercita, per il prestigio, il credito, la stima di cui gode: un personaggio assai a.; seguire l’uso degli scrittori più autorevoli. Di cosa, che rivela o ha in sé autorità, che proviene da persona tenuta in gran conto: aspetto a.; consigliotestimonianza a.; parlare con tono autorevole. ◆ Avv. autorevolménte, con autorevolezza e prestigio: avanzareproporresostenere autorevolmente una teoria.”

 

Confronta Dizionario on line Hoepli, autorevolezza

in: https://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano/parola/A/autorevolezza.aspx?query=autorevolezza

autorevolezza
[au-to-re-vo-léz-za]
s.f.
Carattere di chi, di ciò che è autorevole: persona di molta a.l’a. di una testimonianza
‖ SIN. prestigio, autorità, credibilità

 

Confronta Dizionario on line Hoepli, autorevole

in: https://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano/parola/A/autorevole.aspx?query=autorevole

autorevole
[au-to-ré-vo-le]
agg. (pl. -li)

1 Che ha autorità, per la stima o il favore di cui gode

2 Che mostra autorità: aspetto a.
‖ Che merita fiducia perché proveniente da una persona autorevole: consiglio, giudizio a.

 

 

[4] Confronta Vocabolario on line Treccani, autoritarismo

in: https://www.treccani.it/vocabolario/autoritarismo

autoritarismo s. m. [der. di autoritario, sull’esempio del fr. autoritarisme]. – Forma esasperata di abuso dell’autorità, che in quanto tale può essere riferita a persone, istituzioni e ideologie. Più correntemente, atteggiamento o comportamento autoritario, soprattutto se associato all’esercizio di fatto o di diritto di un potere all’interno di una istituzione (famiglia, scuola, stato).”

 

Confronta Dizionario on line Hoepli, autoritarismo

in: https://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano/parola/A/autoritarismo.aspx?query=autoritarismo

autoritarismo
[au-to-ri-ta-rì-ʃmo]
s.m.
Carattere, sistema autoritario; dispotismo
‖ estens., fig. autoritarismo paterno”

 

Confronta Dizionario di psicologia, Clitt, 2012, autoritarismo

in: http://www.clitt.it/contents/scienze_umane-files/Dizionario_Psicologia.pdf

“autoritarismo: atteggiamento che si manifesta con la tendenza ad imporre agli altri le proprie idee, esigendo un’obbedienza assoluta e non accettando l’espressione di punti di vista differenti, né deviazioni dalle norme sociali condivise”

 

 

[5] Confronta Catechismo della Chiesa cattolica, numeri 2263, 2264, 2265, in:

https://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s2c2a5_it.htm

 

2263 La legittima difesa delle persone e delle società non costituisce un’eccezione alla proibizione di uccidere l’innocente, uccisione in cui consiste l’omicidio volontario. « Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore ». 174 « Nulla impedisce che vi siano due effetti di uno stesso atto, dei quali uno sia intenzionale e l’altro preterintenzionale ». 175

 

2264 L’amore verso se stessi resta un principio fondamentale della moralità. È quindi legittimo far rispettare il proprio diritto alla vita. Chi difende la propria vita non si rende colpevole di omicidio anche se è costretto a infliggere al suo aggressore un colpo mortale:

« Se uno nel difendere la propria vita usa maggior violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita […]. E non è necessario per la salvezza dell’anima che uno rinunzi alla legittima difesa per evitare l’uccisione di altri: poiché un uomo è tenuto di più a provvedere alla propria vita che alla vita altrui ». 176

 

2265 La legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell’autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità.”

 

Note a pie’ di pagina:

 

“(174) San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 64, a. 7, c: Ed. Leon. 9, 74.

(175) San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 64, a. 7, c: Ed. Leon. 9, 74.

(176) San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 64, a. 7, c: Ed. Leon. 9, 74.”

 

 

[6] La bibliografia su questo tema è vasta.

Qui appresso cito dei contributi che mi sono stati utili nella stesura del testo.

[7] Confronta Etica e politica, intervista a Giovanni Bachelet apparsa su La scuola e l’uomo, rivista dell’Unione Cattolica Italiana Insegnanti, http://www.uciim.it/rivistauciim/11122013/#/2/

in: http://www.giovannibachelet.it/pag1vekkia/UCIIM_Bachelet_definitiva_080114.pdf

 

 

[8] Confronta Aristotele, Etica Nicomachea 1094 a, 25 – 1094 b, 11

in: https://www.filosofico.net/eticaanicomaco1.htm

 

“Tale è, manifestamente, la politica. Infatti, è questa che stabilisce quali scienze è necessario coltivare nelle città, [1094b] e quali ciascuna classe di cittadini deve apprendere, e fino a che punto; e vediamo che anche le più apprezzate capacità, come, per esempio, la strategia, l’economia, la retorica, sono subordinate ad essa. E poiché è essa che si serve di tutte le altre scienze e che stabilisce, [5] inoltre, per legge che cosa si deve fare, e da quali azioni ci si deve astenere, il suo fine abbraccerà i fini delle altre, cosicché sarà questo il bene per l’uomo. Infatti, se anche il bene è il medesimo per il singolo e per la città, è manifestamente qualcosa di più grande e di più perfetto perseguire e salvaguardare quello della città: infatti, ci si può, sì, contentare anche del bene di un solo individuo, [10] ma è più bello e più divino il bene di un popolo, cioè di intere città. La nostra ricerca mira appunto a questo, dal momento che è una ricerca “politica”.”

 

 

[9] Confronta Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, terza edizione, 2004

in:

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/justpeace/documents/rc_pc_justpeace_doc_20060526_compendio-dott-soc_it.html

 

“PARTE PRIMA

CAPITOLO QUARTO

I PRINCIPI DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

  1. IL PRINCIPIO DEL BENE COMUNE
  2. a) Significato e principali implicazioni

 

164 Dalla dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il principio del bene comune, al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezza di senso. Secondo una prima e vasta accezione, per bene comune s’intende « l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente ».346

Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo socialeEssendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro. Come l’agire morale del singolo si realizza nel compiere il bene, così l’agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune. Il bene comune, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale.”

 

Nota a pie’ di pagina:

 

346Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 26: AAS 58 (1966) 1046; cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1905- 1912; Giovanni XXIII, Lett. enc. Mater et magistra: AAS 53 (1961) 417-421; Id., Lett. enc. Pacem in terris: AAS 55 (1963) 272-273; Paolo VI, Lett. ap. Octogesima adveniens, 46: AAS 63 (1971) 433-435.”

 

 

[10] Confronta Papa Giovanni XXIII, lettera enciclica Pacem in terris, 11 aprile 1963

in: http://www.vatican.va/content/john-xxiii/it/encyclicals/documents/hf_j-xxiii_enc_11041963_pacem.html

 

V

RICHIAMI PASTORALI

Dovere di partecipare alla vita pubblica

  1. Ancora una volta ci permettiamo di richiamare i nostri figli al dovere che hanno di partecipare attivamente alla vita pubblica e di contribuire all’attuazione del bene comune della famiglia umana e della propria comunità politica; e di adoprarsi quindi, nella luce della fede e con la forza dell’amore, perché le istituzioni a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, siano tali da non creare ostacoli, ma piuttosto facilitare o rendere meno arduo alle persone il loro perfezionamento: tanto nell’ordine naturale che in quello soprannaturale.

 

Competenza scientifica, capacità tecnica, esperienza professionale

  1. Non basta essere illuminati dalla fede ed accesi dal desiderio del bene per penetrare di sani principi una civiltà e vivificarla nello spirito del Vangelo. A tale scopo è necessario inserirsi nelle sue istituzioni e operare validamente dal di dentro delle medesime. Però la nostra civiltà si contraddistingue soprattutto per i suoi contenuti scientifico-tecnici.

Per cui non ci si inserisce nelle sue istituzioni e non si opera con efficacia dal di dentro delle medesime se non si è scientificamente competenti, tecnicamente capaci, professionalmente esperti.

 

L’azione come sintesi di elementi scientifico-tecnico professionali e di valori spirituali

  1. Amiamo pure richiamare all’attenzione che la competenza scientifica, la capacità tecnica, l’esperienza professionale, se sono necessarie, non sono però sufficienti per ricomporre i rapporti della convivenza in un ordine genuinamente umano; e cioè in un ordine, il cui fondamento è la verità, misura e obiettivo la giustizia, forza propulsiva l’amore, metodo di attuazione la libertà.

A tale scopo si richiede certamente che gli esseri umani svolgano le proprie attività a contenuto temporale, obbedendo alle leggi che sono ad esse immanenti, e seguendo metodi rispondenti alla loro natura; ma si richiede pure, nello stesso tempo, che svolgano quelle attività nell’ambito dell’ordine morale; e quindi come esercizio o rivendicazione di un diritto, come adempimento di un dovere e prestazione di un servizio; come risposta positiva al disegno provvidenziale di Dio mirante alla nostra salvezza; si richiede cioè che gli esseri umani, nell’interiorità di se stessi, vivano il loro operare a contenuto temporale come una sintesi di elementi scientifico-tecnico-professionali e di valori spirituali.”

 

 

[11] Confronta Un nuovo ethos, in: Carlo Maria Martini, Sulla giustizia, Milano, 1999, pagine 68-69.

 

Le citazioni sono state verificate alla data di pubblicazione di questo articolo sul sito www.giorgiocannella.com

Democrazia sì, populismo no

 

Alcuni si chiedono se sia giusto ammettere dei non addetti ai lavori a esprimere il loro voto su questioni la cui soluzione richiede il possesso di specifiche competenze teoriche e/o tecniche.

Alcuni rispondono affermativamente affermando che in democrazia a ogni individuo corrisponde un voto.

Altri rispondono negativamente affermando che la democrazia non ha l’incompetenza tra le regole del suo funzionamento.

Chi ha ragione?

 

Iniziamo il cammino che ci porterà alla risposta tornando con il pensiero a una recente vicenda della storia politica italiana: il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

In quella occasione, gli elettori furono chiamati a esprimere il loro voto su una proposta di modifica della Costituzione italiana.

Il dibattito precedente al voto divenne vivace quando il Capo del Governo italiano all’epoca in carica dichiarò che si sarebbe dimesso se il referendum avesse avuto esito negativo.

 

Riporto qui di seguito le scelte di voto manifestate in quella occasione da tre persone diverse.

Lo scopo che mi prefiggo non è quello di criticare chi espresse quelle opinioni, ma comprendere quale fu l’errore alla base del loro ragionamento.

Comprendere questi errori ci consentirà di avvicinarci alla risposta da dare alla domanda che è stata posta all’inizio di questo articolo.

 

Una persona disse che aveva votato negativamente al referendum perché era stata convinta da quanto aveva ascoltato da un uomo politico in televisione.

Questa persona non aveva fatto del diritto l’oggetto del suo studio e del suo lavoro.

Per tutta la sua vita, infatti, aveva con impegno e con fatica coltivato la terra e aveva a poco a poco edificato la sua casa.

L’errore che commise questa persona fu quello di esprimere un voto senza avere letto la proposta di modifica della Costituzione oggetto del referendum e senza avere verificato personalmente se quello che aveva ascoltato in televisione fosse vero o no.

 

Lo sbaglio commesso da questa persona è già stato messo in luce dal filosofo greco Aristotele.

Egli distinse le forme di governo buone da quelle cattive e affermò che il governo del popolo buono è la politìa, dalla parola greca politèia che significa Costituzione.

La politìa è il governo di molti a vantaggio di tutti.

Al contrario, il governo del popolo cattivo è la democrazia: il governo della plebe o dei poveri inteso come il dominio dei demagoghi.[1]

Non avere le competenze teoriche e/o tecniche necessarie per orientare il proprio voto e dare fiducia a quello che si ascolta senza averlo personalmente verificato, significa consegnare il proprio voto nelle mani dell’oratore più abile.

In questo modo, la democrazia diviene il governo dei demagoghi.

 

Un’altra persona disse che avrebbe votato negativamente al referendum perché desiderava le dimissioni del Capo del Governo italiano all’epoca in carica.

Questa seconda persona era un avvocato abilitato al patrocinio nelle giurisdizioni superiori.

Una terza persona disse che avrebbe votato negativamente al referendum a causa di errori presenti nel testo della proposta di modifica della Costituzione.

Questa persona svolgeva la docenza universitaria nella materia di diritto costituzionale italiano ed era interessata alla nomina a giudice della Corte costituzionale italiana.

Sebbene fossero due addetti ai lavori, queste due persone commisero l’errore di non tenere separati il dato personale e il dato oggettivo.

Il quesito referendario, infatti, non chiedeva agli elettori di esprimersi sulla simpatia o sulla capacità politica del Capo del Governo italiano allora in carica.

Parimenti, orientare la propria scelta di voto in base a un auspicato futuro professionale non aveva alcuna attinenza con il quesito posto dal referendum.

 

L’errore commesso da queste due persone ci porta al cuore della domanda che abbiamo posto all’inizio di questo articolo.

Se persino gli addetti ai lavori permettono al loro dato personale di sovrapporsi al dato oggettivo e di orientare in modo errato il ragionamento che li conduce al voto, allora chi può votare?

Per rispondere a questa domanda è necessario trovare una conciliazione tra le due affermazioni esposte all’inizio: in democrazia a ogni individuo corrisponde un voto, la democrazia non ha l’incompetenza tra le regole del suo funzionamento.

La conciliazione in parola viene ottenuta facendo un uso ragionato della tecnologia disponibile.

 

Un algoritmo è “un procedimento o programma che risolve una classe di problemi attraverso un numero finito di istruzioni elementari, chiare e non ambigue.”.[2]

Un algoritmo al quale sono state impartite istruzioni sui limiti ai quali si deve attenere e sulla realtà di fatto e di diritto da prendere in considerazione, è in grado di offrire una soluzione anche al quesito oggetto del referendum costituzionale italiano del 4 dicembre 2016.

La chiarezza e la non ambiguità delle istruzioni impartite all’algoritmo faranno in modo che esso non cada negli errori fatti dalle tre persone delle quali abbiamo parlato poc’anzi.

 

L’obiezione per la quale in questo modo non è più necessario chiedere il voto agli elettori viene superata con la previsione che gli elettori non devono svolgere il compito che può svolgere un algoritmo, ma andare oltre e battere l’algoritmo.

L’algoritmo ha un compito: elaborare una gran quantità di dati e offrire una soluzione.

Gli elettori hanno due compiti:

  • esaminare il procedimento seguito dall’algoritmo per escludere la presenza di errori,
  • migliorare la soluzione offerta dall’algoritmo con il contributo di intuizione e di adattamento alla realtà che la mente umana può offrire.

Mi spiego con un esempio.

Nel servizio di posta cartacea, l’essere umano si occupa sia di scrivere la lettera, sia di recapitarla.

Nel servizio di posta elettronica, il compito dell’essere umano non è recapitare la posta elettronica, di quello si occupa l’algoritmo; il compito dell’essere umano è scrivere la lettera con il contenuto che un individuo senziente può esprimere.

 

In questo modo, la democrazia non sarà più populismo né ricerca del bene individuale a danno del bene comune, ma solo politìa: il governo di molti a vantaggio di tutti.

 

Vi ringrazio del vostro tempo e della vostra attenzione.

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA

[1] Tra le molte fonti su questo argomento, qui mi limito a ricordare:

– Enrico Berti, Storia della filosofia. Antichità e Medioevo, Laterza, 1991,

    paragrafo Costituzioni e rivoluzioni, pagine 124-125;

– Enciclopedia Treccani, voce Democrazia, di Anna Lisa Schino – Enciclopedia dei ragazzi (2005),

    in: http://www.treccani.it/enciclopedia/democrazia_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/

 

[2] Cito da: https://it.wikipedia.org/wiki/Algoritmo

 

Le citazioni sono state verificate alla data di pubblicazione di questo articolo sul sito www.giorgiocannella.com