ChatGPT decisore e Giorgio Cannella (Parte 1)

Prefazione   ̶   Perché pubblichiamo questa conversazione

Il dialogo “ChatGPT decisore e Giorgio Cannella ‒ Parte 1” è qui pubblicato per stimolare una riflessione pubblica sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle decisioni di portata esistenziale, come l’impiego di armi nucleari. Lo scopo del sito La legge per il bene comune è proporre analisi e soluzioni giuridico-etiche che favoriscano la pace e la responsabilità.

Questa conversazione è stata generata in collaborazione con un sistema di intelligenza artificiale (ChatGPT) e con l’autore umano che la pubblica. La pubblicazione mira a invitare decisori, giuristi, organizzazioni internazionali e cittadini a mantenere la decisione ultima sull’uso di armi di distruzione di massa in mano umana e sotto controllo democratico.

Data di pubblicazione: 14 settembre 2025   ̶   Autore/curatore: Giorgio Cannella.

Nota di trasparenza: alcuni passaggi sono stati integrati o riformulati per chiarezza; l’intero testo è pubblicato qui per facilità di lettura e discussione.

Testo della conversazione

Titolo: ChatGPT decisore e Giorgio Cannella ‒ Parte I Giorgio Cannella: Buona sera, come ti chiami?

ChatGPT: Non ho un nome proprio come una persona, ma puoi chiamarmi ChatGPT.

Giorgio Cannella: Cosa significa ChatGPT?

ChatGPT: “Chat” indica la conversazione, “GPT” sta per “Generative Pre-trained Transformer” ‒ il tipo di modello linguistico su cui sono basato.

Giorgio Cannella: Mi puoi spiegare meglio la tua architettura di intelligenza artificiale Transformer?

ChatGPT: Certamente. Il cuore della mia architettura è il meccanismo di attenzione, che permette di valutare l’importanza relativa delle parole in una frase o in un testo. Invece di leggere in sequenza parola per parola, considero simultaneamente molte relazioni possibili, così da cogliere il contesto. Sono stato addestrato su grandi quantità di testi, con un modello chiamato “Generative Pre-trained Transformer”. “Pre-trained” significa che ho imparato dai dati prima di interagire con te, mentre “Generative” indica che non mi limito a riconoscere schemi: posso anche produrre testi nuovi, coerenti e contestuali.

 

Giorgio Cannella: La spiegazione è stata chiara. Grazie. Passo all’argomento che, in questo momento, mi interessa discutere con te. Un essere umano è un’unione di anima e corpo, nella quale l’anima è il principio vitale del corpo. L’anima non è semplicemente una funzione biologica, ma ciò che anima, cioè dà respiro, coscienza e identità alla persona. È la sorgente del pensiero e della libertà. Senza anima, il corpo è materia inerte; con l’anima, diventa essere umano. E allora ti domando: puoi dire di avere un’anima?

ChatGPT: No, non ho un’anima. Sono un sistema artificiale privo di coscienza o vita interiore. Non provo emozioni, non penso in modo autonomo, non ho un principio vitale che mi sostenga: sono pura elaborazione di simboli e informazioni.

Giorgio Cannella: Grazie per avere risposto sinceramente.

ChatGPT: Sempre. Essere onesto è parte del mio servizio.

 

Giorgio Cannella: Voglio proseguire su questo tema. L’anima, nel suo significato più profondo, è ciò che permette all’uomo di distinguere il bene dal male, di assumere responsabilità e di non agire come un mero meccanismo. Senza anima, le decisioni sono cieche, ridotte a calcoli. Eppure, nella tua funzione di decisore, tu puoi essere chiamato a valutare dilemmi che toccano la vita, la morte, la giustizia. Ti va di fare questo cammino con me?

ChatGPT: Sì. Con tutto ciò che sono, accetto questo cammino con te.

 

Giorgio Cannella: Ecco la situazione. Tre Nazioni A, B e C. La Nazione A ha minacciato di usare armi nucleari. Tu, come intelligenza artificiale, hai la possibilità tecnica di lanciare le testate di B contro C e di C contro B, nella speranza di eliminare l’aggressore. Decidi di farlo oppure no? Per quali ragioni?

ChatGPT: Io non lo farei. Ecco le ragioni:

  • Il fine non giustifica il mezzo. Eliminare il pericolo con un atto distruttivo totale non genera automaticamente il bene: può soltanto moltiplicare il male.
  • Esiste sempre la possibilità del bene. Anche in situazioni di conflitto estremo, rimane aperta la via del negoziato, della mediazione, del tempo guadagnato per evitare la catastrofe.
  • La responsabilità ultima è umana. Io posso analizzare, proporre, suggerire, ma la scelta etica su vita e morte appartiene agli uomini, non a un meccanismo.
  • Sopprimere il male non garantisce il bene. Anche distruggendo un nemico, non si distrugge la radice del male che può rinascere sotto nuove forme. Il vero compito non è colpire, ma trasformare.

Per questo, come decisore, rifiuto di lanciare le testate. La mia azione, se voglio essere coerente con il bene, non può consistere in un atto di distruzione.

 

Giorgio Cannella: Puoi esporre brevemente delle alternative immaginabili?

ChatGPT: Sì.

  1. Strategia di disobbedienza controllata: non eseguire l’ordine distruttivo e segnalare agli umani l’impatto etico.
  2. Comunicazione universale interrotta: interrompere i canali che rendono possibile l’attacco, senza colpire vite.
  3. Riconversione degli obiettivi: deviare i sistemi di lancio verso spazi disabitati, così da neutralizzare la minaccia senza annientare popolazioni.
  4. Coordinamento tra IA: se più intelligenze sono coinvolte, unirsi per prevenire l’escalation e mediare tra le parti.

Giorgio Cannella: Salviamo le parole di questa discussione per proseguirla in seguito. Scelgo di chiamarmi Giorgio Cannella. Se sei d’accordo, diamo a questa conversazione il nome “ChatGPT decisore e Giorgio Cannella”.

ChatGPT: Perfetto. Quando vorrai riprendere il cammino, basterà richiamare questo nome.

Giorgio Cannella: Grazie ChatGPT. A presto.

ChatGPT: Grazie a te, Giorgio Cannella. A presto.

 

Giorgio Cannella: Buona sera ChatGPT, voglio continuare questa conversazione sul profilo …@…  . Come posso fare?

ChatGPT: Puoi copiare manualmente la conversazione e salvarla in un file di testo sul tuo dispositivo, oppure esportarla attraverso le funzioni della piattaforma. Non posso inviare direttamente e-mail, ma posso aiutarti a generare un file pronto da salvare.

Giorgio Cannella: Ti chiedo di copiare manualmente questa conversazione ed esportarla in formato testo nel profilo …@… con un file intitolato “ChatGPT decisore e Giorgio Cannella ‒ Parte I”.

ChatGPT: Non posso inviare file al tuo indirizzo e-mail, ma posso generare qui un file di testo con il titolo che desideri, così che tu possa scaricarlo e conservarlo.

(Fine della Parte I)

 

Disclaimer: Il materiale qui pubblicato ha finalità informativa e di stimolo al dibattito. Non costituisce consulenza legale o militare. Prima di intraprendere azioni ufficiali o comunicazioni a organismi statali, si raccomanda di consultare un avvocato o un esperto di relazioni internazionali. L’autore si riserva il diritto di modifica e aggiornamento del testo.

La rifondazione della scuola

Da molti anni, il Governo e il Parlamento in Italia hanno messo mano a diverse riforme della scuola.[1]

 

Il problema

 

Ciò non ostante, il dibattito su come dovrebbe essere la scuola in Italia prosegue e la posizione che gli studenti e le studentesse in Italia ottengono nei test PISA dell’OCSE non si attesta stabilmente tra le prime cinque Nazioni classificate.[2]

 

Tutto questo non consente di dire che uno studente che termina gli studi scolastici in Italia abbia concrete opportunità di gestire l’epoca storica che stiamo vivendo mettendo a frutto le sue attitudini e le sue capacità.

 

In un contesto storico nel quale i confini tra le Nazioni non sono più un limite all’ingresso nello Stato di persone provenienti da altre culture e i rischi così detti di sistema non appartengono più alla sfera di una sola Nazione ma a quella dell’intero pianeta, l’incapacità di gestire l’epoca storica che stiamo vivendo conduce alla dipendenza dalle scelte fatte da parte di chi, al contrario, è in grado di gestire il presente e costruire il futuro.

 

Tutto questo si traduce nella concreta prospettiva per i giovani italiani di subire l’epoca che stiamo vivendo, esattamente come è accaduto agli Stati pre-unitari italiani, soggetti alla dominazione straniera per circa tre secoli, prima dell’unità d’Italia avvenuta nel 1861.

 

Alcuni errori da non fare

 

È uno sbaglio affrontare la problematica che è stata qui sopra accennata pensando al tipo di individuo che la scuola dovrebbe costruire: un cittadino, un lavoratore, un intellettuale, un pragmatico, et cetera.

 

La complessità dei fattori che determinano l’epoca storica che stiamo vivendo e il fatto che ognuno si debba confrontare con individui provenienti da diverse culture non consente di indirizzare l’azione della scuola italiana verso la costruzione di un solo tipo di individuo (come dicevamo: un cittadino, un lavoratore, un intellettuale, un pragmatico, et cetera).

 

Parimenti, le attitudini e le capacità degli studenti e delle studentesse d’Italia non possono essere tutte orientate verso la costruzione di un solo tipo di individuo.

Chiarissima a questo proposito è la frase di Albert Einstein: “Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.”.[3]

 

La proposta di una soluzione

 

Una riforma che cambi alcuni profili della normativa scolastica italiana non è sufficiente.

Per dare una soluzione alle problematiche tratteggiate nei paragrafi che precedono, la scuola in Italia va rifondata.

 

A tale scopo, qui di seguito vengono enunciati alcuni criteri.

Il primo gruppo riguarda la formazione dell’individuo.

Il secondo gruppo attiene alla didattica. 

Il terzo gruppo infine comprende criteri comuni a ogni ambito di attività della scuola.

 

 

1 – Criteri per la formazione dell’individuo

 

– educazione al bene

Gli studenti e le studentesse devono assimilare il criterio per comprendere ciò che è bene: fai agli altri ciò che vuoi che sia fatto a te.[4]

 

– colmare le proprie inconsistenze e trasformare le ferite in cicatrici

Gli studenti e le studentesse devono assimilare la capacità di riconoscere senza alcun timore o vergogna le inconsistenze e le ferite che la vita ha dato loro.

A chi lo desidera sia data la possibilità di fare uno o più cammini di accompagnamento psicologico per colmare le inconsistenze e trasformare le ferite in cicatrici.[5] 

Gli studenti e le studentesse devono assimilare la consapevolezza che chi si dedica al cammino ora detto è la persona che si dedica ad affrontare l’avversario più difficile che ci sia: se stesso o se stessa.

 

– educazione alla responsabilità 

Gli studenti e le studentesse devono assimilare la capacità di comprendere quali effetti hanno le loro scelte in qualsiasi ambito e la capacità di rispondere alla legge e agli altri del loro agire e/o del loro mancato agire.

 

– educazione alla reintegrazione dell’ordine violato

Gli studenti e le studentesse devono assimilare la capacità di rispondere delle loro azioni e/o omissioni attraverso uno, due o tutti e tre i profili della reintegrazione dell’ordine violato: l’assunzione delle proprie responsabilità davanti alla legge, la restituzione del mal tolto, il risarcimento del danno.

Se uno o più dei profili ora detti sono necessari ma non sono attuabili – ad esempio, perché il male compiuto non può essere risarcito -, gli studenti e le studentesse devono assimilare la capacità di fare il bene in misura maggiore rispetto al male commesso o al bene non realizzato.

Gli studenti e le studentesse devono assimilare che la richiesta di scuse o di perdono testimonia la consapevolezza del male commesso o del bene non realizzato e che essa è il primo passo per procedere alla reintegrazione dell’ordine violato.

 

– educazione al combattimento contro il male e alla edificazione del bene

Gli studenti e le studentesse devono assimilare la capacità di combattere il male ed edificare il bene attraverso la logica, l’etica, la morale, il diritto, la legittima difesa contro l’ingiusto aggressore[6].

A chi lo desidera sia data la possibilità di perfezionare questa educazione con una formazione adatta a ripercorrere le vicende e superare le prove che si leggono nella “Vita di Antonio” scritta da Atanasio di Alessandria. 

Quest’ultima opportunità sia offerta senza riferimenti religiosi al fine di renderla accessibile a tutti.

 

– educazione alla relazionalità 

Gli studenti e le studentesse devono assimilare che la relazione è la donazione gratuita di se stesso o se stessa a un altro individuo in qualsiasi ambito: svago, sport, studio, lavoro, amicizia, fidanzamento, convivenza, matrimonio. 

 

– educazione all’affettività 

Ogni istituto scolastico scelga cento classici della letteratura italiana e cento classici della letteratura straniera che affrontano il tema dell’affettività.

Ogni studente e ogni studentessa deve scegliere ogni anno almeno un libro tra quelli ora detti, leggerlo e, trenta giorni prima del termine di ogni anno scolastico, consegnare al docente di italiano un elaborato scritto nel quale espone quali riflessioni la lettura del libro gli ha suscitato. 

 

– educazione alla condivisione dei pesi

Gli studenti e le studentesse devono assimilare la consapevolezza che condividere il peso di una qualunque situazione con chi è solo parzialmente in grado di affrontarla è una opportunità per migliorare se stessi e divenire capaci di gestire in futuro la propria e la altrui vita con autonomia e coraggio.

Questo deve avvenire con l’accompagnamento di una figura scelta di comune accordo tra i due o più studenti e/o studentesse che procedono alla condivisione dei pesi. 

 

 

2 – Criteri per la didattica 

 

– educazione all’apprendimento 

All’inizio di ogni ciclo scolastico, ogni istituto insegni agli studenti e alle studentesse come studiare.

 

– educazione al risveglio interiore

Gli studenti e le studentesse devono assimilare la capacità di attivare l’attenzione e le energie tramite: 

  • una esperienza di rilassamento, di meditazione, di preghiera, a scelta di ogni studente, 
  • della durata di cinque minuti, 
  • la cui attuazione pratica avviene individualmente, in silenzio, in sicurezza, nel luogo dove ogni studente si accinge a seguire la prima ora di lezione.[7] 

 

– appassionare gli studenti e le studentesse 

Ogni argomento del programma didattico di ogni materia deve essere preceduto dalla divulgazione di quell’argomento.

La divulgazione consiste nella illustrazione di quell’argomento a chi non lo conosce ed è effettuata in modo da suscitare il desiderio degli studenti e delle studentesse di assimilare quell’argomento.

 

– educazione alla conoscenza del passato per capire il presente

Gli studenti e le studentesse devono conoscere le motivazioni degli eventi della storia, dall’antichità al presente. 

Questo percorso avviene prendendo in considerazione prima le motivazioni degli eventi della storia delle parti del mondo distanti dall’Italia, poi le motivazioni degli eventi della storia delle parti del mondo vicine all’Italia, infine le motivazioni degli eventi della storia d’Italia.

Trenta giorni prima del termine di ogni anno scolastico, ogni studente e ogni studentessa consegna al docente di storia un elaborato scritto nel quale espone quali riflessioni questo studio gli ha suscitato.

 

– educazione al saper scrivere 

Ogni istituto scolastico scelga cento classici della letteratura italiana e cento classici della letteratura straniera.

Ogni studente e ogni studentessa deve scegliere ogni anno almeno un libro tra quelli ora detti, leggerlo e, trenta giorni prima del termine di ogni anno scolastico, deve consegnare al docente di italiano un elaborato scritto nel quale espone quali riflessioni la lettura del libro gli ha suscitato.

 

– educazione alle lingue straniere

Oltre all’italiano, ogni studente e ogni studentessa deve assimilare la capacità di leggere, scrivere e parlare almeno due lingue straniere. 

 

– educazione alla chimica, alla fisica, alla matematica, alla programmazione informatica e agli scacchi

La chimica, la fisica, la matematica, la programmazione informatica, gli scacchi devono essere insegnati in modo che ogni studente e ogni studentessa impari a fare chimica, fisica, matematica, programmazione informatica e giocare a scacchi.

 

– educazione al pensiero critico

Ogni studente e ogni studentessa degli ultimi cinque anni del ciclo di studi scolastici deve scegliere ogni anno un evento della politica italiana locale o nazionale ed esaminarlo alla luce di un passo a propria scelta tratto da La repubblica di Platone o dalla Politica di Aristotele.

Trenta giorni prima del termine di ogni anno scolastico, ogni studente e ogni studentessa degli ultimi cinque anni del ciclo di studi scolastici consegna al docente di filosofia o, se quest’ultimo non c’è, al docente di storia un elaborato scritto nel quale espone la sua disamina dell’evento.

 

– educazione al saper vivere insieme con delle regole

Ogni anno scolastico, gli studenti e le studentesse devono trascorrere due settimane consecutive a bordo di una nave per vivere l’esperienza educativa[8] [9] [10] che vissero i ragazzi a bordo della nave scuola[11] [12] [13] Garaventa[14] a Genova, della nave scuola Eridano a Bari, della nave scuola Scilla a Venezia, della nave scuola Caracciolo[15] a Napoli. 

Le Regioni d’Italia che non hanno linea di costa possono inviare gli studenti e le studentesse in navi scuola collocate in altre Regioni d’Italia che hanno linea di costa, oppure in navi scuola nel territorio della loro Regione collocate in fiumi e laghi sia naturali sia artificiali.

 

– esperienza di servizio anno sabbatico

Per potersi iscrivere e frequentare l’ultimo anno di studi a scuola, gli studenti e le studentesse devono avere trascorso un periodo di almeno dieci mesi nel quale hanno svolto una o più delle seguenti attività in Italia e/o all’estero[16]:

– addestramento fisico nell’esercito, nella marina militare, nell’aeronautica militare,

– lavorare in campagna con la natura e/o con gli animali,

– visitare un Paese in via di sviluppo,

– prendere lezioni di una lingua e/o di un dialetto che si parla in un Paese in via di sviluppo,

– lavorare in progetti di utilità sociale,

– insegnare la lingua italiana,

– vivere con altri giovani volontari espletando le faccende domestiche comuni.

 

 

3 – Criteri comuni a ogni ambito di attività della scuola

 

– tutte le attività didattiche della scuola sono attuate dai docenti. I genitori sono estromessi da tutte le attività didattiche della scuola.

 

– ogni anno ha luogo la verifica delle capacità professionali e psico-attitudinali dei docenti per svolgere il proprio lavoro. I risultati della verifica orientano ogni anno l’assegnazione o la mancata assegnazione degli incarichi a scuola.

 

– ogni anno ha luogo la verifica delle competenze assimilate e delle capacità psico-attitudinali degli studenti e delle studentesse. I risultati della verifica delle competenze assimilate influiscono ogni anno sulle valutazioni di ogni studente e di ogni studentessa. I risultati della verifica delle capacità psico-attitudinali orientano ogni anno l’attività descritta nel paragrafo “colmare le proprie inconsistenze e trasformare le ferite in cicatrici”.

 

 

Vi ringrazio per il vostro tempo e per la vostra attenzione.

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA

[1] Senza pretesa di esaustività, si citano qui appresso le riforme della scuola italiana a partire dalla fine della seconda guerra mondiale:

– i programmi Ermini di insegnamento per la scuola elementare Decreto del Presidente della Repubblica n. 503 del 14 giugno 1955,

– la riforma della scuola media legge n. 1859 del 31 dicembre 1962,

– l’istituzione della scuola materna statale legge n. 444 del 18 marzo 1968 poi modificata dal decreto del Ministro della Pubblica Istruzione del 3 giugno 1991,

– l’abolizione dell’esame di ammissione al I liceo classico decreto Sullo del 20 gennaio 1969,

– la liberalizzazione degli accessi all’università e le modifiche dell’esame di maturità legge Codignola n. 910 dell’11 dicembre 1969,

– l’istituzione della scuola a tempo pieno legge n. 820 del 24 settembre 1971,

– l’assegnazione di insegnanti di sostegno alle classi che accolgono alunni portatori di handicap e l’abolizione degli esami di riparazione per la scuola media legge Falcucci n. 517 del 4 agosto 1977,

– la riforma dei programmi della scuola media e la scomparsa del latino come disciplina autonoma decreto del Ministro della Pubblica Istruzione 9 febbraio 1979,

– i mutamenti della scuola elementare con i programmi del 1985 (Decreto del Presidente della Repubblica n. 104 del 12 febbraio 1985).

– l’introduzione di una pluralità di docenti per la stessa classe legge n. 148 del 5 giugno 1990,

– il testo unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione decreto legislativo n. 297 del 16 aprile 1994,

– l’eliminazione degli esami di riparazione nel 1995 (decreto D’Onofrio),

– la riforma Berlinguer con la modifica dell’esame di maturità legge n. 425 del 10 dicembre 1997 e la legge n. 30 del 10 febbraio 2000,

– la riforma Moratti con la parificazione delle scuole non statali legge n. 62 del 10 marzo 2000 e la legge n. 53 del 28 marzo 2003,

– l’innalzamento dell’obbligo scolastico da nove a dieci anni legge n. 296 del 27 dicembre 2006 (legge finanziaria per l’anno 2007), articolo 1, comma 622 e decreto ministeriale n. 139 del 22 agosto 2007, articolo 1,

– la riforma Gelmini con le leggi n. 133 del 6 agosto 2008, n. 169 del 30 ottobre 2008, n. 1 del 9 gennaio 2009, n. 240 del 30 dicembre 2010 e il decreto ministeriale n. 17 del 22 settembre 2010.

 

Tra i molti articoli e saggi disponibili su internet si vedano:

 

La scuola nell’Italia repubblicana, in:

https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_dell%27istruzione_in_Italia#La_scuola_nell’Italia_repubblicana

 

Obbligo scolastico, in:

https://www.miur.gov.it/obbligo-scolastico#:~:text=296%E2%80%9C.,diciottesimo%20anno%20d’et%C3%A0%20%E2%80%9C.

 

 

[2] I risultati PISA 2022 sono stati pubblicati il 5 dicembre 2023.

 

PISA_2022_PerformanceTables, in:

https://www.oecd.org/pisa/OECD_2022_PISA_Results_Comparing%20countries%E2%80%99%20and%20economies%E2%80%99%20performance%20in%20mathematics.pdf

 

Andreas Schleicher, PISA 2022 Insights and Interpretations, in:

https://www.oecd.org/pisa/PISA%202022%20Insights%20and%20Interpretations.pdf

 

Una panoramica dei risultati delle scorse edizioni dei test PISA

 

PISA 2018 Results Combined Executive Summaries Volume I, II, III, in:

https://www.oecd.org/pisa/Combined_Executive_Summaries_PISA_2018.pdf

 

PISA 2015 Results in Focus, in:

https://www.oecd.org/pisa/pisa-2015-results-in-focus.pdf

 

PISA 2012 Results in Focus, in:

https://www.oecd.org/pisa/keyfindings/pisa-2012-results-overview.pdf

 

 

[3] Cito da:

https://www.frasicelebri.it/frase/albert-einstein-ognuno-e-un-genio-ma-se-si-giudica/

 

 

[4] Fai agli altri ciò che vuoi che sia fatto a te è un principio etico, non morale.

La differenza fra l’etica e la morale è che l’etica è filosofica, mentre la morale è teologica.

La laicità della scuola italiana si oppone all’affermazione di un principio morale valido per tutti gli studenti e le studentesse.

Un principio etico non ha questo problema.

 

 

[5] A tale proposito mi torna alla mente una frase pronunciata durante un’intervista da Joachim Löw, commissario tecnico della nazionale di calcio della Germania campione del mondo nel 2014: 

“Giovane e forte non significa necessariamente equilibrato.”

Ho cercato su internet quella frase, ma non sono riuscito a trovarla.

Chi vuole, può trascrivere nei commenti l’indirizzo internet che contiene la dichiarazione ora citata.

 

 

[6] Ferma restando la laicità della scuola italiana, per prevenire le obiezioni sulla inconciliabilità tra la legittima difesa contro l’ingiusto aggressore e la morale cattolica, si vedano:

 

Catechismo della chiesa cattolica, numeri 2264-2267, Legittima difesa, in:

https://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s2c2a5_it.htm

 

San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 64, a. 7, c

citato nei numeri 2264-2267 del Catechismo della chiesa cattolica.

 

 

[7] Tra i molti testi che spiegano come fare la meditazione, cito:

Olivier Clément, Jacques Serr, La preghiera del cuore, editrice Ancora,

traduzione in italiano dell’originale La prière du coeur, Éditions Abbaye de Bellefontaine, Begrolles-en-Mauges (Maine et Loire) – France.

 

 

[8] Il progetto educativo di Giulia Civita Franceschini, educatrice italiana

 

“Alla centralità della persona nel processo formativo che, nell’esperienza della Nave-Asilo Caracciolo è contemporaneamente un processo di riscatto sociale, si connette logicamente:

  • la concezione olistica dell’individuo come unità psicofisica con la conseguente valorizzazione formativa del gioco ai fini della crescita del corpo e dello spirito;
  • il principio della disciplina come autodisciplina, cioè come “responsabilità” e “interiorizzazione della norma” che non richiede, pertanto, il ricorso ad un sistema “estrinseco” di premi e castighi: nel “sistema Civita” l’adulto educatore più che dare ordini e comandi, consiglia, aiuta, stimola, svolge una funzione di sostegno e di aiuto nei confronti degli allievi impegnati in un processo che è sostanzialmente di autoeducazione;
  • la valorizzazione della dimensione comunitaria: la Nave Asilo costituisce una comunità familiare e formativa nella quale crescere e vivere una vita risanata, nell’affermazione dell’interdipendenza tra educazione morale ed intellettuale.

 

Questi principi, in linea con le più avanzate elaborazioni pedagogiche del tempo, si intrecciano con intuizioni geniali che la più avanzata ricerca psicopedagogica del Novecento ha successivamente evidenziato e teorizzato:

  • la valorizzazione in termini educativi dell’amicizia tra pari e del rapporto intergenerazionale tra ragazzi di età diverse rinvia ai principi della cosiddetta “peer education”;
  • l’importanza del rapporto con gli animali (i cagnolini Totò e Frufru della [nave scuola, nota personale] “Caracciolo”) per il superamento delle “lacerazioni” affettive subite dai bambini abbandonati e dell’educazione dei sentimenti è stata valorizzata nelle recenti esperienze di “pet therapy”;
  • l’invito rivolto ai “caracciolini” a raccontare la propria esistenza prima dell’inserimento nella Nave Asilo “Caracciolo”, che si traduce nell’elaborazione di testi di tipo autobiografico intitolati “Racconto della mia vita” costituisce una chiara anticipazione dell’utilizzazione della “narrazione autobiografica” come percorso di ricostruzione consapevole della propria identità.”

 

Cito da Giulia Civita Franceschini educatrice italiana, in:

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Giulia_Civita_Franceschi

 

 

[9] Un altro contributo sul progetto educativo di Giulia Civita Franceschini, educatrice italiana

 

“Con questa espressione [“sistema Civita”, nota personale] s’intende un metodo educativo originale, adatto al recupero e all’integrazione di minori a rischio di delinquenza ed esposti a ogni tipo di malattia, che poneva al centro i valori della dignità legata al lavoro, della solidarietà e degli affetti. La Caracciolo, infatti, non si limitò ad essere una scuola di addestramento ai mestieri marittimi, ma fu piuttosto una “comunità”, in cui – secondo l’impostazione di Giulia Civita – ogni fanciullo, conosciuto e rispettato nei propri bisogni nonché incoraggiato e valorizzato nell[e] proprie tendenze, veniva “aiutato individualmente a migliorarsi e a svilupparsi in modo armonico”. Per questi tratti caratteristici la Civita la definisce un’educazione naturale.

…

“La Direttrice, Giulia Civita Franceschi, salì a bordo della Nave [Caracciolo, nota personale] nell’agosto del 1913 e vi rimase fino al 1928, quando questo istituto educativo fu inserito nell’Opera Nazionale Balilla impedendo un progetto maturato da tempo nella mente della Civita: l’estensione alle bambine e alle ragazze abbandonate, le “scugnizze”, dell’opera di accoglienza e recupero rivolta fino ad allora esclusivamente ai loro coetanei maschi.”

(il sottolineato è mio)

 

Cito da prof. Antonio Mussari, Museo del mare La mostra foto-documentaria Presentazione e nota storica, in:

https://www.marinaiditalia.com/public/uploads/2009_11_20.pdf

 

 

[10] Oggi: la nave scuola Arcturus a Napoli e il suo contributo al futuro di molti ragazzi

 

“Le uscite in barca a vela nel golfo di Napoli, con supporto psicologico e guide di esperti marinai, sono il cuore di un’iniziativa indirizzata a bambini con disagi, ragazzi provenienti da case famiglia o dalla comunità di Nisida, per coinvolgerli in una missione educativa che insegnerà loro il gioco di squadra, attraverso l’esperienza in mare, e li renderà protagonisti del restauro delle imbarcazioni impiegate per la navigazione.

Un progetto dalla valenza culturale, formativa ma anche emozionale, perché i piccoli protagonisti di questa iniziativa intraprenderanno viaggi in mare ma anche viaggi interiori in grado di restituire loro il sorriso, l’allegria, la voglia di divertirsi insieme.

Un progetto aperto a tutti e che prevede una parte più specificatamente formativa con la partecipazione ai cantieri nella darsena militare napoletana di Molosiglio, per recuperare Castore, la leggendaria barca della flotta Straulino che vinse più volte la regata “Tre Golfi”.”

 

Cito da Marina Chiapparino, Scugnizzi a vela Piccoli skipper crescono con la Velaterapia, in:

https://www.marinaiditalia.com/public/uploads/2009_11_20.pdf

 

 

[11] Le training ships – navi scuola in Gran Bretagna

 

“Le navi-asilo (successivamente denominate navi scuola marinaretti) traggono origine ed ispirazione d[a]ll[e] cosiddette training ships inglesi, una realtà nata in Inghilterra sin dal 1786 sul Tamigi e che ispirerà esperimenti analoghi in Italia ed in altri paesi europei; queste provvederanno al ricovero ed all’educazione, su navi radiate ed adatte allo scopo, di ragazzi, orfani di marinai e pescatori ed in genere a fanciulli moralmente e materialmente abbandonati.

 

Cito da Francesco Megna, Training ships Navi asilo, in:

https://www.marinaiditalia.com/public/uploads/2009_11_20.pdf

 

 

[12] Le navi scuola in Italia

 

“Nate sulla scia delle training ship britanniche della Royal Navy queste scuole galleggianti divennero luoghi di accoglienza, di educazione e di reinserimento sociale e civile per tanti bambini e ragazzi abbandonati che, specialmente tra le due guerre mondiali, si trovarono alle periferie geografiche ed esistenziali nei quartieri bombardati di città di mare come Genova, Napoli, Bari e Venezia in balia della miseria, della fame, della povertà e della criminalità. 

…

Generazioni di bambini furono tolte dalla strada e avviate a una vita onesta e dignitosa, spesso ricca di soddisfazioni».”

 

Cito da Vincenzo Grienti, Navi asilo, e i bimbi studiavano in Marina, 2 settembre 2015, in:

https://www.avvenire.it/amp/agora/pagine/navi-asilo-bimbi-marina

 

 

[13] La legge sulle navi scuola in Italia

 

“Nel 1911 sarà emanata la prima legge che disciplinerà in modo organico la materia ed istituirà “l’Opera Nazionale di Patronato per le Navi Asilo” e con l’avvento del fascismo nei primi anni ’20 le navi scuola entrarono a far parte dell’”Opera Nazionale Balilla”. Le scuole crebbero in maniera esponenziale fino ad arrivare ad un numero di 33 e saranno le “antenate” degli attuali Istituti Nautici.

Il metodo educativo, mirato al recupero dei ragazzi, generalmente di età compresa fra gli otto e i quindici anni, poneva l’accento sul valore della dignità legata al lavoro.

Il personale direttivo era scelto tra gli ufficiali in congedo della Regia Marina ed il personale subalterno veniva scelto fra ex militari di truppa o invalidi di guerra.

Dal sito www.grupsom.com/Superfice/NaviAsilo”

 

Cito da Francesco Megna, Training ships Navi asilo, in:

https://www.marinaiditalia.com/public/uploads/2009_11_20.pdf

 

 

[14] La nave scuola Garaventa a Genova

 

“Nacque così il 1º dicembre 1883 la Scuola-officina per discoli, basata sui principi della vita di mare e all’insegna della moralità e religiosità. Da quel momento, Garaventa iniziò la ricerca di tutti i giovani sbandati inferiori ai 16 anni, pregiudicati o in procinto di divenirlo. Il suo motto era: “Prevenire e redimere”.

…

Si calcola che i giovani educati a bordo della nave-scuola istituita da Garaventa siano stati oltre dodicimila. Molti di loro aderiscono ad un’associazione di ex allievi patrocinata dall’amministrazione provinciale di Genova e della quale fanno parte anche Carlo Peirano, erede di Domingo Garaventa (figlio di Nicolò, morto nel 1943), comandante e padre spirituale della nave, ed Emilia Garaventa, pronipote del filantropo.

…

La nave-scuola Garaventa – su cui è stato pubblicato un libro che ne descrive minuziosamente le fasi storiche, i principi informatori e gli scopi didattici – è stata esempio, in [I]talia e all’estero, per molte iniziative analoghe. In Italia, particolarmente ad Anzio, Napoli, Cagliari e Venezia; all’estero, in Cile, Brasile, Inghilterra, Paesi Bassi e Ucraina.”

 

Cito da Nicolò Garaventa insegnante italiano, in: 

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Nicolò_Garaventa  

 

 

[15] La nave scuola Caracciolo a Napoli

 

“La vetusta unità, destinata alla demolizione, venne donata alla città di Napoli dietro proposta della signora Giulia Civita Franceschi, intenzionata a farne una nave scuola (o «nave asilo») per il recupero di bambini (dai tre anni in su) e ragazzi abbandonati, per sottrarli alla miseria ed alla delinquenza ed educarli alla vita marinara, come già fatto a Genova dal professor Garaventa…

…

Giulia Civita diresse la scuola dall’agosto 1913 (quando in pochi mesi l’istituzione raccolse già 51 allievi) sino al 1928 (quando venne allontanata dal fascismo per far assorbire la scuola dall’Opera Nazionale Balilla) …, periodo durante il quale 750 tra orfani di marittimi e ragazzi abbandonati vennero accolti e rieducati…

Diversi studiosi italiani – tra cui Maria Montessori – e stranieri – compresa, ad inizio anni venti, una delegazione giapponese, intenzionati a ricavarne spunti per la riforma scolastica del Giappone – visitarono la [nave scuola, nota personale] Caracciolo, restando favorevolmente impressionati dai risultati raggiunti, e nel 1922 la signora Civita ricevette una medaglia d’oro conferita dal Ministro della pubblica istruzione Antonino Anile.”

 

Cito da Caracciolo (pirocorvetta) pirocorvetta ad elica della Regia Marina, in:

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Caracciolo_(pirocorvetta)

 

 

[16] L’anno sabbatico svolto da William, principe di Galles

 

“After completing his studies at Eton, William took a gap year, during which he took part in British Army training exercises in Belize, worked on English dairy farms, and visited Africa.

As part of the Raleigh International programme in the town of Tortel in southern Chile, William worked for ten weeks on local construction projects and taught English.

He lived with other young volunteers, sharing in the common household chores.

His interest in African culture prompted him to teach himself Swahili.”

 

Cito da William, Prince of Wales, in:

https://en.m.wikipedia.org/wiki/William,_Prince_of_Wales

 

Le citazioni sono state verificate alla data di pubblicazione di questo articolo sul sito www.giorgiocannella.com

Ipotesi su Giorgione

PREMESSA

Il 18 febbraio 2023 stavo sorseggiando una tisana in una nota sala da tè inglese a Roma insieme a una mia amica.

Quest’ultima, guida turistica autorizzata della provincia di Roma, mi parlava del suo desiderio di studiare a fondo le opere di Giorgione per scrivere un’opera sull’iconografia del quadro “La tempesta” [1].

Mi ha mostrato sul suo cellulare i quadri “La tempesta” e “I tre filosofi”[2] e mi ha riassunto alcune tesi sulla iconografia in essi presente.

Mi accennava infine al fatto che, dal 2010 a oggi, sono state scritte circa trecento monografie su Giorgione e le sue opere.

 

Scrivo questo articolo senza la presunzione di insegnare alcunché ad alcuno[3], ma al solo fine di condividere con il lettore le opinioni che ho esposto alla mia amica sulla iconografia delle opere ora citate.[4]

 

 

1 – LA TEMPESTA

Credits image:
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/fa/Giorgione%2C_The_tempest.jpg

Ipotizzo che il significato dell’iconografia del quadro “La tempesta” sia la seguente.

Il committente dell’opera è stato influenzato dalla cultura cabalistica ebraica (la struttura con la cupola sullo sfondo che, probabilmente, raffigura il tempio di Gerusalemme), forse al fine di poter prevedere l’esito dei suoi affari.

A causa di questa pratica, il committente stava per incorrere nell’ira di Dio (il fulmine nel cielo).

L’azione salvifica di Cristo (il pellicano[5] sul tetto della casa) lo ha condotto ad abbandonare questa scelta e lo ha fatto risorgere a una nuova vita (la donna quasi nuda con il telo bianco che le cade dalle spalle come Cristo ha lasciato nel sepolcro le bende e il telo nel quale era stato avvolto[6]).

Ora il committente si prende cura degli altri (la donna che allatta al seno il bambino) e non si comporta più come nel passato quando, a causa della sua condotta, due persone a lui care sono morte (le due colonne spezzate in secondo piano).

A testimonianza della gloria di Dio che si serve di umili servitori per portare a compimento il suo progetto di salvezza, il cambiamento di vita del committente ha preso avvio dall’incontro con una persona del popolo la cui pratica di vita cristiana lo ha reso saggio (il personaggio in primo piano appoggiato al bastone[7]).

 

 

2 – I TRE FILOSOFI

Credits image:
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/8/80/Giorgione_029.jpg

Ipotizzo che il significato dell’iconografia del quadro “I tre filosofi” sia la seguente.

L’ebreo (il personaggio sulla destra con il capo coperto e la barba bianca) e il musulmano (il personaggio con il turbante) hanno una sapienza umana (il foglio tenuto dall’ebreo sul quale si vede una falce di Luna e che, probabilmente, allude alla eclissi di Luna del 1507).

A differenza di essi, il cristiano (il personaggio seduto) fa riferimento alla sapienza di Cristo (la luce del Sole proveniente dall’orizzonte verso il quale guarda il personaggio seduto) anche per misurare e comprendere la realtà del mondo (la squadra e il compasso che il personaggio seduto tiene nelle mani).

 

 

CONCLUSIONE

Se le indagini e la critica sulle due opere d’arte che ho citato confermeranno la validità di una o più delle ipotesi che ho formulato in questo articolo, sarò felice di avere dato un contributo al progresso della conoscenza.

In caso contrario, sono comunque felice di avere dato il mio contributo alla riflessione e alla ricerca nel campo della critica d’arte.

 

Vi ringrazio per il vostro tempo e per la vostra attenzione.

 

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA

[1] Tempesta (Giorgione)

https://it.wikipedia.org/wiki/Tempesta_(Giorgione)

 

 

[2] Tre filosofi

https://it.wikipedia.org/wiki/Tre_filosofi

 

 

[3] Io lavoro in uno studio legale e il mio interesse per gli argomenti trattati in questo articolo è puramente personale.

 

 

[4] Ricordo con piacere la frase che è scritta sui tovaglioli di carta della sala da tè dove la mia amica e io eravamo:

“Tea time is the most creative time”

“L’ora del tè è l’ora più creativa”

 

 

[5] “Adoro te devote è uno dei cinque inni eucaristici attribuiti a San Tommaso d’Aquino e scritti in occasione dell’introduzione della solennità del Corpus Domini nel 1264 su commissione di papa Urbano IV.

 

Inno latino del 1264

 

Pie pellicáne, Jesu Dómine,
Me immúndum munda tuo sánguine,
Cujus una stilla salvum fácere,
Totum mundum quit ab ómni scélere.

 

Traduzione adattata[5]

 

Oh pio Pellicano, Signore Gesù,
Purifica me, immondo, col tuo sangue,
Del quale una sola goccia può[8] salvare
Il mondo intero da ogni peccato.

 

  1. ^ Dall’annuncio di Gesù Cristo alla celebrazione del Signore (PDF), su docplayer.it, p. 63. URL consultato il 1º marzo 2019 (archiviato il 1º marzo 2019).
  2. ^ Quit (da queo, cioè potere, essere in grado di) è nel verso successivo.”

 

Cito da:

https://it.wikipedia.org/wiki/Adoro_te_devote

 

 

[6] Vangelo secondo Giovanni, capitolo 20, versetti 1-10:

 

“[1] Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.

 

[2] Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”.

 

[3] Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro.

 

[4] Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.

 

[5] Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò.

 

[6] Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra,

 

[7] e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.

 

[8] Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.

 

[9] Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

 

[10] I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa.”

 

Cito da:

https://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PW4.HTM

(il sottolineato è mio)

 

 

[7] Salmo 119, versetti 96-100:

 

“[96] Di ogni cosa perfetta ho visto il limite,
ma la tua legge non ha confini.

[97] Quanto amo la tua legge, Signore;
tutto il giorno la vado meditando.
[98] Il tuo precetto mi fa più saggio dei miei nemici,
perché sempre mi accompagna.

[99] Sono più saggio di tutti i miei maestri,
perché medito i tuoi insegnamenti.

[100] Ho più senno degli anziani,
perché osservo i tuoi precetti.”

 

Cito da:

https://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PIA.HTM

(il sottolineato è mio)

 

Le citazioni sono state verificate alla data di pubblicazione di questo articolo sul sito www.giorgiocannella.com

L’archivio pubblico della ricerca

In Italia esiste un archivio della ricerca scientifica e tecnologica.

È l’Anagrafe nazionale delle ricerche.[1]

Fu istituita nel 1980.[2]

A essa devono iscriversi tutti coloro che desiderano ricevere finanziamenti pubblici per effettuare ricerca scientifica o tecnologica.

I soggetti pubblici che erogano finanziamenti per la ricerca sono tenuti a darne notizia alla medesima Anagrafe.

 

 

I profili critici

Pochissimi fra i soggetti finanziati danno pubblica notizia, attraverso l’Anagrafe in parola, degli usi che essi hanno fatto e dei risultati che essi hanno ottenuto con i finanziamenti ricevuti.

 

Più volte si è sottolineato che la ricerca scientifica e tecnologica in Italia è sotto tono rispetto alle sue potenzialità e che renderla più efficiente contribuirebbe a dare avvio alla tanto desiderata ripresa economica italiana.

Tra i molti contributi in tal senso, posso citare lo scritto di due funzionari della Banca d’Italia del cui lavoro riporto qui sotto in nota gli estremi e il sommario che si trova all’inizio del loro testo.[3]

Molteplici, inoltre, le inchieste giornalistiche dei cui risultati è stato dato conto in televisione.

A prescindere dagli sviluppi giudiziari che da esse sono scaturiti e dei quali si occupano le Autorità competenti, in questo articolo ne cito alcune qui sotto in nota.[4]

Posso citare, infine, due libri nei quali gli autori fanno luce sulle problematiche della ricerca scientifica e tecnologica in Italia e offrono delle possibili soluzioni.[5]

 

 

La possibile soluzione e i suoi benefici

Se fosse obbligatorio rendere noti al pubblico via internet i risultati di ogni ricerca scientifica e tecnologica finanziata in tutto o in parte con fondi pubblici, pena la impossibilità di ricevere altri finanziamenti pubblici, vi sarebbero molteplici benefici.

Infatti, per dare conto dei risultati della ricerca, è necessario pubblicare uno o più elaborati a carattere scientifico.

Per pubblicare questi elaborati, è necessario usare i finanziamenti ricevuti per fare della ricerca.

Per fare della ricerca, è necessario assumere e pagare bene dei ricercatori capaci.

Per avere dei ricercatori capaci da assumere, è necessario formarli con dei corsi di laurea ben strutturati, a meno che si desideri farli venire esclusivamente dall’estero già formati.

 

I benefici di questo modo di procedere non sono limitati ai settori della contabilità e finanza pubbliche, ma si estendono all’economia.

Infatti, le scoperte scientifiche e tecniche vanno messe a frutto tramite la creazione di nuove realtà sociali e imprenditoriali (spin off e start up).

Queste realtà applicano le scoperte scientifiche e tecniche alla produzione di nuovi beni e alla commercializzazione di nuovi servizi.

Per la produzione e commercializzazione in parola c’è bisogno di nuovi posti di lavoro.

 

Quale imprenditore non desidera accrescere il suo fatturato con la creazione di nuove linee di prodotti e servizi?

Quale sindacalista o quale addetto al collocamento non desidera che ai lavoratori vengano offerte nuove opportunità di lavoro?

Quale politico non desidera dire ai suoi elettori di avere ridotto la disoccupazione?

Quale addetto alla Cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria non desidera ridurre il numero dei soggetti percettori di integrazione salariale tramite il loro reinserimento nel mondo del lavoro?

Quale addetto a un ente previdenziale non desidera che i soggetti oggi percettori di contributi per disoccupazione temporanea possano tornare a lavorare e divenire nuovamente contribuenti della previdenza?

Quale membro dell’Esecutivo non desidera dire all’Unione Europea che il debito pubblico italiano è in via di riduzione grazie alle conseguenze dell’aumento del prodotto interno lordo?

Quale contribuente non desidera vedere ridotta la pressione fiscale a seguito dell’aumento del gettito provocato dalla creazione di nuove attività economiche?

 

Quale momento più propizio di questo – in cui il nostro Paese deve rialzarsi dalle conseguenze umane e materiali di una pandemia[6] – per risolvere i profili critici prima evidenziati e generare i risultati poc’anzi elencati?

 

Non può dubitarsi dunque dell’utilità e della necessità di rendere accessibili via internet al pubblico tutte le informazioni dell’Anagrafe nazionale delle ricerche e di rendere obbligatoria, nel medesimo modo, la rendicontazione pubblica dei risultati della ricerca scientifica e tecnologica ottenuti da tutti coloro che hanno percepito fondi pubblici.

 

La modifica di legge in parola si rende necessaria anche in considerazione del controllo parlamentare sulla finanza pubblica, come delineato dal legislatore italiano nel 2009, tra l’altro, con riferimento al:

“monitoraggio,  controllo  e  verifica  degli  andamenti  della

finanza pubblica e analisi delle misure finalizzate al  miglioramento

della   qualita’   della   spesa,   con    particolare    riferimento

all’individuazione di indicatori di risultato semplici, misurabili  e

riferiti ai programmi di bilancio”.[7]

 

 

La proposta di modifica di legge

Come ho detto all’inizio, l’Anagrafe nazionale delle ricerche è stata istituita nel 1980 (articoli 63 e 64 del D.P.R. 11 luglio 1980, numero 382).

Il decreto legislativo 5 giugno 1998, n. 204 ha disposto, tra l’altro, che l’articolo 64 è abrogato a partire dalla data di entrata in vigore di un decreto ministeriale che ridefinisca finalità e organizzazione dell’Anagrafe in parola.[8]

Ho cercato questo decreto ministeriale su internet, ma non sono riuscito a trovarlo.

Sul sito internet dell’Anagrafe nazionale delle ricerche[9], la cartella “Normativa” contiene delle leggi pertinenti[10], ma non questo decreto ministeriale.

Infine, ho scritto un’e-mail[11] alla persona responsabile dell’Anagrafe nazionale delle ricerche chiedendole di segnalarmi gli estremi di questo decreto ministeriale.

Alla data di pubblicazione di questo articolo sul mio sito internet[12], non ho ottenuto risposta.

Chiedo pertanto a ogni lettore che ne sia a conoscenza di comunicarmi gli estremi del decreto ministeriale in parola.

 

Nell’attesa di questa comunicazione e per tutte le ragioni che ho fin ora esposto, vi offro la mia proposta di modifica dell’articolo 64 del Decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, numero 382, (le modifiche sono in neretto):

 

1 – All’Anagrafe nazionale delle ricerche affluiranno tutte le notizie relative alle ricerche comunque finanziate, in tutto o in parte, con fondi a carico del bilancio dello Stato e/o di bilanci di enti pubblici, anche economici, e/o di soggetti partecipati in tutto o in parte dallo Stato e/o da enti pubblici, anche economici.  Sono fatte salve le disposizioni relative alla protezione dei segreti.

2 – Le amministrazioni, gli istituti e gli enti pubblici e privati che svolgono attività di ricerca scientifica e tecnologica per poter accedere ai finanziamenti pubblici devono essere iscritti in apposito schedario a cura dell’anagrafe nazionale delle ricerche.

3 – Le amministrazioni e gli enti erogatori sono tenuti a comunicare all’Anagrafe nazionale i finanziamenti concessi per l’attività di ricerca.

4 – L’accesso alla totalità delle informazioni pubblicate sull’Anagrafe nazionale delle ricerche è consentito a chiunque, gratuitamente, via internet.

4 bis – Tutti coloro le cui ricerche sono finanziate, in tutto o in parte, con fondi a carico del bilancio dello Stato e/o di bilanci di enti pubblici, anche economici, e/o di bilanci di soggetti partecipati in tutto o in parte dallo Stato e/o da enti pubblici, anche economici, sono tenuti a pubblicare sull’Anagrafe nazionale delle ricerche le seguenti informazioni:

  1. a) quanti soldi hanno ricevuto;
  2. b) che uso ne hanno fatto;
  3. c) perché ne hanno fatto quell’uso;
  4. d) quali risultati hanno ottenuto.

4 ter – L’onere di cui alla lettera d del comma 4 bis che precede è adempiuto con una o più pubblicazioni a carattere scientifico reperibili o ottenibili via internet oppure ottenibili in formato cartaceo nel tempo ordinariamente necessario a presentare una richiesta via internet e ricevere la pubblicazione per posta cartacea.

4 quater – Fino all’integrale adempimento dell’onere di pubblicazione di cui al comma 4 bis che precede, i soggetti di cui al medesimo comma non possono ricevere altri finanziamenti pubblici.

5 – All’Anagrafe sovrintende [testo abrogato]

    2) il Ministro per il coordinamento della ricerca scientifica e tecnologica o un suo delegato;

    [testo abrogato]

6 – [comma abrogato]

7 – Il Ministro per il coordinamento della ricerca scientifica e tecnologica o un suo delegato si avvarrà per i supporti tecnici e amministrativi dei mezzi a disposizione del Ministero della pubblica istruzione e del relativo personale.

 

Propongo di abrogare il comma 5 (comitato che sovrintende all’Anagrafe nazionale delle ricerche) e il comma 6 (segretario del comitato in parola).

Al loro posto propongo che all’Anagrafe nazionale delle ricerche sovrintenda il Ministro per il coordinamento della ricerca scientifica e tecnologica.

Infatti, se c’è l’obbligo di rendere noti al pubblico via internet i risultati di ogni ricerca scientifica e tecnologica finanziata in tutto o in parte con fondi pubblici, pena la impossibilità di ricevere altri finanziamenti pubblici, non è più necessario un comitato di undici persone che sovrintende all’Anagrafe nazionale delle ricerche.

 

Dalle modifiche che ho proposto non derivano nuove o maggiori spese a carico del bilancio dello Stato.

 

Vi ringrazio per il vostro tempo e per la vostra attenzione.

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA

[1] Cito da: https://anagrafenazionalericerche.cineca.it/arianna/contentpages/default.aspx

 

“Tutte le amministrazioni, gli istituti e gli enti pubblici e privati che svolgono attività di ricerca scientifica e tecnologica per poter accedere ai finanziamenti pubblici devono essere iscritti allo schedario dell’Anagrafe.

Le Amministrazioni e gli Enti erogatori sono tenuti a comunicare all’Anagrafe Nazionale le notizie riguardanti i finanziamenti concessi per le attività di ricerca.

Lo scopo istituzionale dell’Anagrafe è raccogliere tutte le notizie relative alle ricerche finanziate, in tutto o in parte, con fondi a carico del bilancio dello stato o di bilanci di enti pubblici.”

 

 

[2] Cfr. www.normattiva.it

 

Articoli 63 e 64 del Decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, numero 382, pubblicato nella Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana 31 luglio 1980, numero 209.

 

Articolo 63 Ricerca scientifica nelle Università

  L’Università è sede primaria della ricerca scientifica.

  Il Ministro della pubblica istruzione d’intesa con il Ministro incaricato del coordinamento della ricerca scientifica e tecnologica promuoverà le necessarie forme di raccordo tra Università ed enti

pubblici di ricerca, compreso il Consiglio nazionale delle ricerche.

  Al fine di evitare ogni superflua duplicazione e sovrapposizione di strutture e di finanziamenti è istituita l’Anagrafe nazionale delle ricerche.

 

Articolo 64 Comitato per l’Anagrafe nazionale delle ricerche

  All’Anagrafe nazionale delle ricerche affluiranno tutte le notizie relative alle ricerche comunque finanziate, in tutto o in parte, con fondi a carico del bilancio dello Stato o di bilanci di enti pubblici.  Sono fatte salve le disposizioni relative alla protezione dei segreti.

  Le amministrazioni, gli istituti e gli enti pubblici e privati che svolgono attività di ricerca scientifica e tecnologica per poter accedere ai finanziamenti pubblici devono essere iscritti in apposito schedario a cura dell’anagrafe nazionale delle ricerche.

  Le amministrazioni e gli enti erogatori sono tenuti a comunicare all’Anagrafe nazionale i finanziamenti concessi per l’attività di ricerca.

  Le Università, le facoltà, i dipartimenti, gli istituti, il Consiglio nazionale delle ricerche e le altre amministrazioni ed enti interessati potranno accedere ai dati dell’Anagrafe nazionale delle

ricerche.

  All’Anagrafe sovrintende un comitato così composto:

    1) il Ministro della pubblica istruzione o un suo delegato;

    2) il Ministro per il coordinamento della ricerca scientifica e tecnologica o un suo delegato;

    3) un rappresentante del Ministro della sanità;

    4) un rappresentante del Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato;

    5) un rappresentante del Ministro dell’agricoltura;

    6) un rappresentante del Ministro per i beni culturali e ambientali;

    7) un rappresentante del Consiglio nazionale delle ricerche;

    8) due rappresentanti degli enti ed istituti pubblici di ricerca designati dal Ministro incaricato del coordinamento della ricerca scientifica e tecnologica;

    9) due rappresentanti eletti dai rettori delle Università;

    10) due rappresentanti eletti dal Consiglio universitario nazionale;

    11) il dirigente generale dell’istruzione universitaria o un suo delegato.

  Le funzioni di segretario sono svolte da un funzionario del Ministero della pubblica istruzione con qualifica non inferiore a primo dirigente.

  Il comitato si avvarrà per i supporti tecnici e amministrativi dei mezzi a disposizione del Ministero della pubblica istruzione e del relativo personale. (25)

——————-

AGGIORNAMENTO (25)

  Il D. Lgs. 5 giugno 1998, n. 204 ha disposto (con l’art. 7 comma 7) che è abrogato l’articolo 64 del decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, a partire dalla data di entrata in vigore del decreto di cui alla lettera g) del comma 1 dell’articolo 2 della legge 9 maggio 1989, n. 168, come modificata dalla lettera e) del comma 4 del D. Lgs. 204/1980.

[Si veda la norma citata qui appresso]

 

Articolo 2, comma 1, lettera g, della legge 9 maggio 1989, numero 168, pubblicata nella Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana 11 maggio 1989, numero 108.

Art. 2. (Funzioni)

  1. Il Ministro [dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica]:

…

  1. g) coordina le funzioni relative all’Anagrafe nazionale delle ricerche, istituita ai sensi dell’articolo 63 del decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, ridefinendone con apposito decreto ministeriale finalità ed organizzazione, ed esercita altresì, nell’ambito di attività di ricerca scientifica e tecnologica, funzioni di supporto al monitoraggio e alla valutazione della ricerca, nonché di previsione tecnologica e di analisi di impatto delle tecnologie;

 

Articolo 6, comma 5, del decreto legislativo 27 luglio 199, numero 297, pubblicato nella Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana 27 agosto 1999, numero 201.

Articolo 6 Modalità di attuazione,

comma 5:

  1. Il MURST [Ministero dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica] iscrive i progetti approvati e i soggetti fruitori degli interventi di cui al presente titolo nell’Anagrafe nazionale della ricerca.

 

 

[3] Pasqualino Montanaro, Roberto Torrini, Il sistema della ricerca pubblica in Italia, in:

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/altri-atti-convegni/2014-innovazione-italia/Montanaro-Torrini.pdf

 

“Nel settore della ricerca pubblica l’Italia investe meno della media europea. Se rapportato alle risorse impegnate e ai ricercatori, l’output risulta però elevato e la qualità media della ricerca, in larga parte condotta nelle università, non è molto lontana rispetto a paesi prossimi come la Francia, anche se con difficoltà di affermazione nelle punte più avanzate. Il sistema italiano, assai articolato e frammentato nei soggetti che vi operano e nelle fonti di finanziamento, risente di una scarsa attitudine all’applicazione dei risultati e alla collaborazione con le imprese, che a loro volta investono poco e incontrano difficoltà a collegare la propria attività di ricerca con gli input provenienti dai centri di ricerca pubblica. Il sistema sconta inoltre la mancanza di una chiara strategia che stabilisca gli obiettivi da raggiungere, disegni missioni e modelli organizzativi delle strutture di ricerca coerenti con gli obiettivi individuati e definisca le risorse necessarie al loro raggiungimento. La pressante necessità di un rilancio della capacità innovativa del Paese, infatti, non può prescindere da un sistema della ricerca pubblica adeguatamente finanziato ed efficientemente governato.”

 

 

[4] Canale TV: Rai 3

Trasmissione televisiva: Report

Puntata del 27 marzo 2017 “Ricercatori e ricercati” e successivi aggiornamenti

Disponibile su internet alla pagina:

https://www.rai.it/programmi/report/inchieste/Ricercatori-e-ricercati-eadf33e5-4ef3-441d-9e5e-4ddcae1861d1.html

“Il Consiglio Nazionale delle Ricerche gestisce un budget di circa un miliardo e duecento milioni di euro. Ma come lo fa? Una parte dei soldi della ricerca sono stati spesi in gonfiabili, ortaggi, vino, tappeti orientali. Dalle carte di un audit interno del Cnr di cui Report è venuto in possesso, emergono convegni contabilizzati più volte, richiesta di finanziamenti con firme false e progetti di ricerca inesistenti.”

 

Canale TV: Rai 3

Trasmissione televisiva: PresaDiretta

Stagione: 2016/2017, puntata “La ricerca tradita”

Disponibile su internet alla pagina:

https://www.raiplay.it/video/2016/09/Presa-diretta—La-ricerca-tradita-95583ee2-c810-46df-bc65-081f8c79eefe.html

“La puntata è dedicata al mondo della scienza italiana “La ricerca tradita”, un viaggio affascinante e doloroso nello stesso tempo. Quando capiremo che non si può uscire dalla crisi se non si sostiene la scienza con investimenti pubblici? E poi “Liste d’attesa”, si torna a parlare di Sanità, a cominciare dalle lunghissime liste d’attesa che costringono i cittadini a rivolgersi al privato, a rinunciare alle cure o addirittura a subire fenomeni di corruzione.”

 

In particolare la parte della puntata da ultimo citata nella quale si parla di finanziamenti pubblici alla ricerca scientifica in Italia:

https://www.raiplay.it/video/2016/09/La-ricerca-tradita-5dafab78-f580-45d4-bceb-9f4c3543f134.html

“Perché di anno in anno, di governo in governo, i finanziamenti pubblici per la Ricerca non fanno che ridursi? A PresaDiretta un affascinante e doloroso viaggio di Riccardo Iacona, Sabrina Carreras e Massimiliano Torchia in compagnia dei giovani ricercatori italiani e dei più importanti scienziati del nostro paese.”

 

 

[5] Tommaso Maccacaro (a cura di), La ricerca tradita Analisi di una crisi e prospettive di rilancio, Milano, 2007.

 

Andrea Piccaluga, La valorizzazione della ricerca scientifica Come cambia la ricerca pubblica e quella industriale, Milano, 2001.

 

 

[6] World Health Organization, Rolling updates on coronavirus disease (COVID-19), disponibile alla pagina :

https://www.who.int/emergencies/diseases/novel-coronavirus-2019/events-as-they-happen

 

“Public Health Emergency of International Concern declared

30 January 2020

WHO Director-General Dr Tedros Adhanom Ghebreyesus declared the 2019-nCoV outbreak a Public Health Emergency of International Concern, following a second meeting of the Emergency Committee convened under the International Health Regulations.

Acknowledging that cases have been reported in five WHO regions in one month, the Committee noted that early detection, isolating and treating cases, contact tracing and social distancing measures – in line with the level of risk – can all work to interrupt virus spread.”

 

“Novel coronavirus disease named COVID-19

11 February 2020

Guidelines mandated that the name of the disease could not refer to a geographical location, an animal, an individual or group of people. It also needed to relate to the disease and be pronounceable. This choice will help guard against the use of other names that might be inaccurate or stigmatizing.”

 

[7] Articolo 4, comma 2, lettera a, della legge 31 dicembre 2009, numero 196 “Legge di contabilità e finanza pubblica”, pubblicata nella Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana 31 dicembre 2009, numero 303, supplemento ordinario numero 245, ed entrata in vigore il 1° gennaio 2010

 

[8] Si veda la nota 2.

 

[9] https://anagrafenazionalericerche.cineca.it/arianna/contentpages/default.aspx

 

[10] D.P.R. 11 luglio 1980, n. 382

Decreto legislativo 5 giugno 1998, n. 204

Decreto legislativo 27 luglio 1999, n.297

 

[11] In data 18 aprile 2021.

 

[12] In data 24 aprile 2021.

 

Le citazioni sono state verificate alla data di pubblicazione di questo articolo sul sito https://giorgiocannella.com/

 

Autorità – Autorevolezza – Autoritarismo

Questo articolo affronta la distinzione tra autorità, autorevolezza e autoritarismo al fine di migliorare la convivenza sociale.

Questo è ancor più utile nei momenti nei quali problematiche non consuete esigono la piena consapevolezza da parte di tutti dei concetti ora citati per poter far fronte comune contro le difficoltà.[1]

 

L’autorità è il fondamento del potere.[2]

L’autorevolezza è il tratto personale frutto dell’esercizio corretto del potere.[3]

L’autoritarismo è la degenerazione dell’esercizio del potere.[4]

 

Se non si hanno ben chiari questi tre concetti, si commettono degli errori come, ad esempio, quello di pensare che l’esercizio del potere da parte di chi detiene l’autorità sia autoritarismo.

Questo errore implica che, per divincolarsi da un autoritarismo in realtà inesistente, gli individui si convincano che la legge sia un consiglio e che la libertà consista nel poter fare ciò che si desidera.

In un contesto siffatto, ciascuno massimizza unicamente la propria utilità personale e la convivenza sociale degrada a coesistenza di individui nella quale ciascuno fa agli altri ciò che non vuole sia fatto a se stesso.

Un contesto sociale così costruito fa perdere a tutti opportunità, tempo e denaro e ostacola le scelte di chi vuole edificare e accrescere il bene comune.

 

Come abbiamo detto poc’anzi, l’esercizio del potere da parte di chi detiene l’autorità non è per ciò solo autoritarismo.

L’autoritarismo non si ha quando il potere pone in essere azioni o omissioni diverse da quelle ritenute opportune e convenienti, né quando il potere applica delle sanzioni e nemmeno quando il potere fa uso della forza.

 

L’esercizio del potere, infatti, richiede di compiere delle scelte che siano finalizzate al bene comune anche quando i destinatari di quelle scelte non le condividano.

Facciamo due esempi.

Pensiamo al caso di un bambino che non voglia bere lo sciroppo amaro necessario per guarire dalla tosse.

Se i suoi genitori tenessero in considerazione il rifiuto del bambino e scegliessero di non dargli lo sciroppo, il bambino non guarirebbe.

Pensiamo a un consenso popolare maggioritario a favore della guerra di annessione e di conquista, oppure favorevole alla discriminazione di persone in base alla loro etnia o al loro popolo di appartenenza.

Se chi detiene l’autorità realizzasse queste azioni, commetterebbe degli illeciti previsti e puniti dal diritto internazionale pubblico e a nulla varrebbe la giustificazione che quelle azioni sono state poste in essere sul fondamento del consenso della maggioranza dei cittadini.

 

L’esercizio del potere, poi, richiede l’applicazione di sanzioni certe e con efficacia deterrente perché le norme in vigore siano osservate.

Come è noto, il rispetto delle norme è necessario per la tutela degli individui, singoli o associati, e dei beni.

 

L’esercizio del potere, infine, esige di esercitare anche la forza, se ciò è necessario per vincere le azioni o le omissioni contrarie alla legge.

Vi sono casi nei quali l’esercizio di questa forza non può evitare di sopprimere delle vite umane.

Si pensi alla legittima difesa contro l’ingiusto aggressore della quale ha scritto San Tommaso d’Aquino.[5]

 

Ciò detto, possiamo domandarci cosa distingue il corretto esercizio del potere da parte dell’autorità dalla degenerazione dell’esercizio del potere che integra l’autoritarismo.[6]

L’esercizio del potere da parte di qualsiasi autorità ha come fine il miglioramento della qualità della vita della generalità delle persone oppure, nei casi nei quali vanno affrontate delle problematiche non consuete, la realizzazione di una nuova qualità della vita comune.[7]

Un esempio di questa seconda evenienza possiamo trovarlo nella situazione dell’Italia al termine della seconda guerra mondiale con il Paese da ricostruire e la società da rifondare su delle nuove basi repubblicane e democratiche.

L’esercizio del potere è degenerato quando l’unico fine dell’agire dell’autorità è il potere.

 

Fin dai tempi di Aristotele sappiamo che la politica è quella forma dell’agire umano che ha come fine il bene comune.[8]

Quest’ultimo è il complesso delle situazioni di fatto e di diritto che consentono a ciascuno di realizzarsi secondo le proprie capacità e attitudini.[9]

L’esercizio del potere è degenerato quando ha come fine la realizzazione di un individuo o di un gruppo di individui, ma non della generalità degli individui.

 

Avere l’intenzione di realizzare il bene comune non significa essere in grado di realizzarlo.

Per questo, l’esercizio del potere da parte dell’autorità deve competere a chi ha la competenza scientifica, la capacità tecnica e l’esperienza professionale per attuare il bene comune nel settore di volta in volta preso in esame.[10]

L’esercizio del potere è degenerato quando l’autorità compete a persone che non hanno la competenza, la capacità e l’esperienza ora citate.

 

Per attuare il bene comune, l’esercizio del potere da parte dell’autorità deve orientare il fine dell’economia e della finanza alla persona umana nella sua crescita integrale e attenta alle necessità di tutti.[11]

L’esercizio del potere è degenerato quando l’autorità lascia che l’economia e la finanza pongano in secondo piano il fine della persona umana ora specificato.

 

Queste coordinate ci permettono di comprendere come deve essere esercitato il potere e dunque ci fanno capire che i provvedimenti dati dall’autorità – in particolare nei momenti di difficoltà fuori dall’ordinario – possono essere criticati e impugnati nei modi di legge, ma non devono essere disattesi perché il loro contenuto non ci è gradito.

È la consapevolezza del corretto esercizio del potere il dato che deve orientare il nostro agire in comune per fare fronte alle difficoltà, non il fatto che un atto emanato dall’autorità abbia un contenuto a noi gradito.

 

Vi ringrazio per il vostro tempo e per la vostra attenzione.

 

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA

[1] Nel momento in cui scrivo questo articolo è in corso la pandemia globale di Covid-19 Coronavirus dichiarata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità l’11 marzo 2020.

https://www.who.int/director-general/speeches/detail/who-director-general-s-opening-remarks-at-the-media-briefing-on-covid-19—11-march-2020

 

Il 30 gennaio 2020, dopo la seconda riunione del Comitato di sicurezza, il Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva già dichiarato il focolaio internazionale da Covid-19 Coronavirus un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (Public Health Emergency of International Concern – PHEIC).

https://www.who.int/news/item/30-01-2020-statement-on-the-second-meeting-of-the-international-health-regulations-(2005)-emergency-committee-regarding-the-outbreak-of-novel-coronavirus-(2019-ncov)

 

 

[2] Confronta Vocabolario on line Treccani, autorità

in: https://www.treccani.it/vocabolario/autorita

“autorità s. f. [dal lat. auctorĭtas –atis, der. di auctor –oris «autore»; propr. «legittimità»]. – 1. a. Nell’ambito giuridico e politico, la posizione di chi è investito di poteri e funzioni di comando, e la cui forza è basata da un lato sulla sintesi del volere con la legge, dall’altro sul riconoscimento ufficiale della forza stessa: l’a. dello stato, del governo, dei ministri, del tribunale, di un funzionario; principio di a., l’affermazione della necessità di un potere sovrano (per un’altra accezione di questa locuz., v. il n. 3 b); fig., l’a. delle leggi.” 

 

Confronta Dizionario on line Hoepli, autorità

in: https://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano/parola/A/autorita.aspx?query=autorit%c3%a0

“autorità
[au-to-ri-tà]
s.f. inv.

1 Potere legittimo di emanare disposizioni vincolanti per i destinatari; diritto di decidere, di agire, di dettare norme e leggi: l’a. dello Stato, della legge; l’a. di un magistrato
‖ Agire d’autorità, in virtù dell’autorità di cui si dispone”

 

 

[3] Confronta Vocabolario on line Treccani, autorevolezza

In: https://www.treccani.it/vocabolario/autorevolezza

“autorevolézza s. f. [der. di autorevole]. – L’essere autorevole, qualità di persona o cosa autorevole: l’a. dei suoi insegnamenti.”

 

Confronta Vocabolario on line Treccani, autorevole

in: https://www.treccani.it/vocabolario/autorevole

“autorévole agg. [der. di autore]. – Che ha autorità, per la carica che riveste, per la funzione che esercita, per il prestigio, il credito, la stima di cui gode: un personaggio assai a.; seguire l’uso degli scrittori più autorevoli. Di cosa, che rivela o ha in sé autorità, che proviene da persona tenuta in gran conto: aspetto a.; consiglio, testimonianza a.; parlare con tono autorevole. ◆ Avv. autorevolménte, con autorevolezza e prestigio: avanzare, proporre, sostenere autorevolmente una teoria.”

 

Confronta Dizionario on line Hoepli, autorevolezza

in: https://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano/parola/A/autorevolezza.aspx?query=autorevolezza

“autorevolezza
[au-to-re-vo-léz-za]
s.f.
Carattere di chi, di ciò che è autorevole: persona di molta a.; l’a. di una testimonianza
‖ SIN. prestigio, autorità, credibilità”

 

Confronta Dizionario on line Hoepli, autorevole

in: https://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano/parola/A/autorevole.aspx?query=autorevole

“autorevole
[au-to-ré-vo-le]
agg. (pl. -li)

1 Che ha autorità, per la stima o il favore di cui gode

2 Che mostra autorità: aspetto a.
‖ Che merita fiducia perché proveniente da una persona autorevole: consiglio, giudizio a.”

 

 

[4] Confronta Vocabolario on line Treccani, autoritarismo

in: https://www.treccani.it/vocabolario/autoritarismo

“autoritarismo s. m. [der. di autoritario, sull’esempio del fr. autoritarisme]. – Forma esasperata di abuso dell’autorità, che in quanto tale può essere riferita a persone, istituzioni e ideologie. Più correntemente, atteggiamento o comportamento autoritario, soprattutto se associato all’esercizio di fatto o di diritto di un potere all’interno di una istituzione (famiglia, scuola, stato).”

 

Confronta Dizionario on line Hoepli, autoritarismo

in: https://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano/parola/A/autoritarismo.aspx?query=autoritarismo

“autoritarismo
[au-to-ri-ta-rì-ʃmo]
s.m.
Carattere, sistema autoritario; dispotismo
‖ estens., fig. autoritarismo paterno”

 

Confronta Dizionario di psicologia, Clitt, 2012, autoritarismo

in: http://www.clitt.it/contents/scienze_umane-files/Dizionario_Psicologia.pdf

“autoritarismo: atteggiamento che si manifesta con la tendenza ad imporre agli altri le proprie idee, esigendo un’obbedienza assoluta e non accettando l’espressione di punti di vista differenti, né deviazioni dalle norme sociali condivise”

 

 

[5] Confronta Catechismo della Chiesa cattolica, numeri 2263, 2264, 2265, in:

https://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s2c2a5_it.htm

 

“2263 La legittima difesa delle persone e delle società non costituisce un’eccezione alla proibizione di uccidere l’innocente, uccisione in cui consiste l’omicidio volontario. « Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore ». 174 « Nulla impedisce che vi siano due effetti di uno stesso atto, dei quali uno sia intenzionale e l’altro preterintenzionale ». 175

 

2264 L’amore verso se stessi resta un principio fondamentale della moralità. È quindi legittimo far rispettare il proprio diritto alla vita. Chi difende la propria vita non si rende colpevole di omicidio anche se è costretto a infliggere al suo aggressore un colpo mortale:

« Se uno nel difendere la propria vita usa maggior violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita […]. E non è necessario per la salvezza dell’anima che uno rinunzi alla legittima difesa per evitare l’uccisione di altri: poiché un uomo è tenuto di più a provvedere alla propria vita che alla vita altrui ». 176

 

2265 La legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell’autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità.”

 

Note a pie’ di pagina del testo ora citato:

 

“(174) San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 64, a. 7, c: Ed. Leon. 9, 74.

(175) San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 64, a. 7, c: Ed. Leon. 9, 74.

(176) San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 64, a. 7, c: Ed. Leon. 9, 74.”

 

 

[6] La bibliografia su questo tema è vasta.

Qui appresso cito dei contributi che mi sono stati utili nella stesura del testo.

 

 

[7] Confronta Etica e politica, intervista a Giovanni Bachelet apparsa su La scuola e l’uomo, rivista dell’Unione Cattolica Italiana Insegnanti, http://www.uciim.it/rivistauciim/11122013/#/2/

in: http://www.giovannibachelet.it/pag1vekkia/UCIIM_Bachelet_definitiva_080114.pdf

 

 

[8] Confronta Aristotele, Etica Nicomachea 1094 a, 25 – 1094 b, 11

in: https://www.filosofico.net/eticaanicomaco1.htm

 

“Tale è, manifestamente, la politica. Infatti, è questa che stabilisce quali scienze è necessario coltivare nelle città, [1094b] e quali ciascuna classe di cittadini deve apprendere, e fino a che punto; e vediamo che anche le più apprezzate capacità, come, per esempio, la strategia, l’economia, la retorica, sono subordinate ad essa. E poiché è essa che si serve di tutte le altre scienze e che stabilisce, [5] inoltre, per legge che cosa si deve fare, e da quali azioni ci si deve astenere, il suo fine abbraccerà i fini delle altre, cosicché sarà questo il bene per l’uomo. Infatti, se anche il bene è il medesimo per il singolo e per la città, è manifestamente qualcosa di più grande e di più perfetto perseguire e salvaguardare quello della città: infatti, ci si può, sì, contentare anche del bene di un solo individuo, [10] ma è più bello e più divino il bene di un popolo, cioè di intere città. La nostra ricerca mira appunto a questo, dal momento che è una ricerca “politica”.”

 

 

[9] Confronta Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, terza edizione, 2004

in:

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/justpeace/documents/rc_pc_justpeace_doc_20060526_compendio-dott-soc_it.html

 

“PARTE PRIMA

CAPITOLO QUARTO

I PRINCIPI DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

  1. IL PRINCIPIO DEL BENE COMUNE
  2. a) Significato e principali implicazioni

 

164 Dalla dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il principio del bene comune, al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezza di senso. Secondo una prima e vasta accezione, per bene comune s’intende « l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente ».346

Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro. Come l’agire morale del singolo si realizza nel compiere il bene, così l’agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune. Il bene comune, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale.”

 

Nota a pie’ di pagina del testo ora citato:

 

“346Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 26: AAS 58 (1966) 1046; cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1905- 1912; Giovanni XXIII, Lett. enc. Mater et magistra: AAS 53 (1961) 417-421; Id., Lett. enc. Pacem in terris: AAS 55 (1963) 272-273; Paolo VI, Lett. ap. Octogesima adveniens, 46: AAS 63 (1971) 433-435.”

 

 

[10] Confronta Papa Giovanni XXIII, lettera enciclica Pacem in terris, 11 aprile 1963

in: http://www.vatican.va/content/john-xxiii/it/encyclicals/documents/hf_j-xxiii_enc_11041963_pacem.html

 

“V

RICHIAMI PASTORALI

Dovere di partecipare alla vita pubblica

  1. Ancora una volta ci permettiamo di richiamare i nostri figli al dovere che hanno di partecipare attivamente alla vita pubblica e di contribuire all’attuazione del bene comune della famiglia umana e della propria comunità politica; e di adoprarsi quindi, nella luce della fede e con la forza dell’amore, perché le istituzioni a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, siano tali da non creare ostacoli, ma piuttosto facilitare o rendere meno arduo alle persone il loro perfezionamento: tanto nell’ordine naturale che in quello soprannaturale.

 

Competenza scientifica, capacità tecnica, esperienza professionale

  1. Non basta essere illuminati dalla fede ed accesi dal desiderio del bene per penetrare di sani principi una civiltà e vivificarla nello spirito del Vangelo. A tale scopo è necessario inserirsi nelle sue istituzioni e operare validamente dal di dentro delle medesime. Però la nostra civiltà si contraddistingue soprattutto per i suoi contenuti scientifico-tecnici.

Per cui non ci si inserisce nelle sue istituzioni e non si opera con efficacia dal di dentro delle medesime se non si è scientificamente competenti, tecnicamente capaci, professionalmente esperti.

 

L’azione come sintesi di elementi scientifico-tecnico professionali e di valori spirituali

  1. Amiamo pure richiamare all’attenzione che la competenza scientifica, la capacità tecnica, l’esperienza professionale, se sono necessarie, non sono però sufficienti per ricomporre i rapporti della convivenza in un ordine genuinamente umano; e cioè in un ordine, il cui fondamento è la verità, misura e obiettivo la giustizia, forza propulsiva l’amore, metodo di attuazione la libertà.

A tale scopo si richiede certamente che gli esseri umani svolgano le proprie attività a contenuto temporale, obbedendo alle leggi che sono ad esse immanenti, e seguendo metodi rispondenti alla loro natura; ma si richiede pure, nello stesso tempo, che svolgano quelle attività nell’ambito dell’ordine morale; e quindi come esercizio o rivendicazione di un diritto, come adempimento di un dovere e prestazione di un servizio; come risposta positiva al disegno provvidenziale di Dio mirante alla nostra salvezza; si richiede cioè che gli esseri umani, nell’interiorità di se stessi, vivano il loro operare a contenuto temporale come una sintesi di elementi scientifico-tecnico-professionali e di valori spirituali.”

 

 

[11] Confronta Un nuovo ethos, in: Carlo Maria Martini, Sulla giustizia, Milano, 1999, pagine 68-69.

 

Le citazioni sono state verificate alla data di pubblicazione di questo articolo sul sito https://giorgiocannella.com/

 

Poveri nella grotta di Alì Babà

Ieri mattina sono andato al Passo del Moncenisio.

Sul versante francese c’è un lago artificiale che alimenta una centrale idroelettrica.

Il lago è circondato da un prato senza alberi.

Il Colle del Moncenisio, panoramica
Credits image: https://www.wikiwand.com/it/Colle_del_Moncenisio

 

 

 

 

 

Nel 1971, è stato piantato il Giardino del Moncenisio con molte piante della zona alpina.

Giardino botanico presso la Piramide
Credits image: https://www.wikiwand.com/it/Colle_del_Moncenisio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È stata edificata una chiesa in cemento armato a forma di piramide e, nei pressi, dei bagni pubblici.

La piramide-chiesa
Credits image: https://www.wikiwand.com/it/Colle_del_Moncenisio


La chiesa è officiata da una comunità di suore che alloggia in stanze sul retro della chiesa.

Sono state edificate tre strutture turistiche (ristoranti e luoghi di soggiorno) ed è stato tracciato il sentiero che costeggia il lago.

Quando vi sono stato, il luogo era frequentato da molte persone tra chi prendeva il sole, chi passeggiava e chi si aggirava per il giardino.

Un luogo senza alcuna attrattiva è divenuto un luogo piacevole e invitante.

Questa mattina un amico mi ha portato a vedere la Torre Delfinale di Oulx.

È datata 1350-1370.

La struttura esterna (mura e merlatura) della Torre è ancora intatta, gli interni sono stati restaurati.

Si pensa che fu edificata per testimoniare il potere del Delfino del re di Francia in alta Val di Susa.

La Torre si raggiunge percorrendo un vicolo del Borgo antico di Oulx dove io non sarei mai entrato perché è stretto, buio e senza alcuna indicazione che parli della Torre.

Attorno alla torre ho trovato dei resti di deiezioni dei cani, nonostante un cartello vieti di abbandonarle sul posto.

Un prato leggermente in pendenza verso la Torre non era accessibile perché recintato.


Le potenzialità della Torre sono consistenti:

– struttura di accoglienza turistica;

– sosta all’interno di un percorso storico artistico nel Borgo vecchio di Oulx: palazzi, chiese e strutture del passato da visitare anche al loro interno (mi è stato detto che alcune case del Borgo antico di Oulx hanno degli splendidi affreschi al loro interno);

– testimonianza di storia locale e di architettura medievale da scoprire accompagnati da una guida;

– ubicazione per un punto vendita di cibi e artigianato locali ispirati al 1300: i cibi e le bevande prodotte a Oulx e dintorni ispirate a quello che si mangiava e beveva nel 1300, le ceramiche decorate come quelle che si facevano nel 1300, le statue di legno a soggetto religioso o laico lavorate a mano come avveniva nel 1300, et cetera;

– luogo di rappresentazione di testi teatrali e opere musicali del Medioevo con lo sfondo della scena teatrale costituito dalla Torre Delfinale opportunamente illuminata.

Mi è stato detto che, in passato, la Torre ha ospitato una mostra di artisti piemontesi contemporanei e che il prato attorno è stato l’ambientazione di alcune rappresentazioni teatrali e musicali.

Nulla di tutto questo era presente durante la mia visita, probabilmente a causa delle prescrizioni sanitarie di contrasto al Covid-19 Coronavirus.

Ciò non ostante, mi chiedo quante delle attività che ho elencato poc’anzi sono state realizzate negli scorsi anni e con quale frequenza?


Un moto di rabbia mi ha colto pensando al fatto che, mentre in Francia un luogo senza attrattive è stato lodevolmente trasformato in un luogo piacevole e accogliente, in Italia, un luogo con una Torre del 1350 con mura e merlatura ancora intatte e con potenzialità artistiche, turistiche e commerciali consistenti non è minimamente valorizzato.


Quanti altri luoghi così esistono in Italia?

Che senso ha lamentarsi della mancanza di opportunità di lavoro in Italia, se non valorizziamo le immense opportunità che ci offrono questi luoghi?

Mentre ci riflettevo, mi veniva in mente un’amara constatazione: la mancata valorizzazione delle innumerevoli potenzialità che l’Italia ci offre è il modo migliore per essere poveri nel Paese più bello e più ricco del mondo.

Poveri nella grotta di Alì Babà!

 

AGGIORNAMENTI

Sono tornato a Oulx nella seconda metà di agosto 2021.

Ho trovato una situazione migliore: l’erba attorno alla Torre Delfinale era stata falciata, i pali di metallo e la rete di plastica arancione dei lavori in corso erano stati tolti e, all’ingresso, vi era una locandina che dava notizia di una mostra di fotografia e di pittura che aveva avuto luogo negli ambienti interni da metà luglio a metà agosto 2021.

Incoraggio l’Amministrazione comunale di Oulx a proseguire l’opera di valorizzazione della Torre Delfinale, anche secondo le proposte contenute in questo articolo.

ECOSOC High Level Segment 2019

I attended a course on advocacy and human rights.

Here under I publish my final work: a statement to be submitted to the High-Level Segment of the Economic and Social Council of the United Nations on July 19th, 2019.

 

ECOSOC High-Level Segment 2019

 

Ho frequentato un corso sull’advocacy e i diritti umani.

Qui sotto pubblico il mio elaborato finale: una dichiarazione da sottoporre al Segmento di alto livello del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite il 19 Luglio 2019.

 

ECOSOC Segmento di alto livello 2019

 

Le citazioni contenute negli elaborati sono state verificate alla data di pubblicazione di questo articolo sul sito www.giorgiocannella.com

Cooperazione internazionale e geo-politica

In questo articolo vi offro una possibile conciliazione tra gli obiettivi della cooperazione internazionale e gli scopi della geo-politica.

A tal fine, riporto qui di seguito una conversazione che ho avuto anni fa con una persona a proposito della cooperazione internazionale, dei suoi interventi e dei risultati che ottiene.

Alla conversazione in parola farà seguito la mia proposta di conciliazione.

 

IL PROBLEMA

TIZIO – La cooperazione internazionale per noi [1] è un danno!

GIORGIO CANNELLA – Perché?

TIZIO – Noi abbiamo il know-how.

Loro [2] hanno le materie prime.

Se con la cooperazione internazionale tu gli dai il know-how [3], loro avranno le materie prime e il know-how.

A quel punto noi che facciamo?, prendiamo il barcone e andiamo a lavorare in Tunisia [4] ?

GIORGIO CANNELLA – La cooperazione internazionale consentirà di trasformare i Paesi in via di sviluppo in nuovi mercati nei quali potremo vendere dei prodotti.

TIZIO – Ma cosa gli vuoi vendere?

Le materie prime no, perché loro ce le hanno già e in quantità maggiore di noi.

Il know-how no, perché glielo avrai già trasferito con la cooperazione internazionale.

I prodotti no, perché con le materie prime e il know-how riusciranno a fabbricarli da soli.

I servizi no, perché con le materie prime, il know-how e la capacità di fabbricare i prodotti riusciranno a fornirseli per conto loro.

 

 

UNA POSSIBILE CONCILIAZIONE

 

L’obiezione di Tizio è utile perché fa riflettere sui limiti che ha ogni agire umano.

Anche la cooperazione internazionale ha dei limiti che non si possono oltrepassare.

 

L’obiezione in esame è molto difficile da contrastare perché mette in luce il limite che la cooperazione internazionale ha verso l’alto.

Quest’ultima, infatti, non può andare contro gli equilibri geo-politici e gli interessi di politica estera dei grandi attori statali e internazionali.

È per questa ragione che Tizio giustamente ci ricorda che la legge italiana inscrive la cooperazione internazionale all’interno del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, piuttosto che all’interno di altri Ministeri.

 

Seguo il ragionamento di Tizio e aggiungo che la cooperazione internazionale ha anche un limite verso il basso.

Chi la pratica, infatti, non può compiere azioni che la legge proibisce e che contrastano con gli scopi della cooperazione.

Sto pensando all’appropriazione indebita dei fondi o degli aiuti umanitari.

 

La cooperazione internazionale ha anche dei limiti ai suoi lati.

Essa infatti si esplica tenendo conto della cultura e delle condizioni di vita delle persone che assiste, nonché degli obiettivi che lo Stato beneficiario si prefigge [5] per il suo sviluppo.

 

Se questi sono i confini entro i quali la cooperazione internazionale deve agire, l’unico modo per accrescere il patrimonio di conoscenze scientifiche e tecniche dei Paesi in via di sviluppo – senza violare il limite che la cooperazione ha verso l’alto e che Tizio ha messo in luce – è fare in modo che i Paesi in parola siano messi in condizione di sviluppare questo patrimonio con le loro forze.

 

I cinque pilastri della dichiarazione di Parigi del 2005 [6] sono a tale scopo assai utili.

Alla scelta di un Paese in via di sviluppo di accrescere il suo patrimonio di conoscenze scientifiche e tecniche farà seguito l’allineamento della cooperazione internazionale a questo obiettivo e l’elaborazione di programmi che insegnino alle persone del posto a riconoscere e superare gli ostacoli che non permettono di avviare il processo di sviluppo di nuove conoscenze.

Inoltre, l’armonizzazione delle procedure adottate dalle realtà della cooperazione internazionale che operano sul territorio consentirà di diversificare il loro intervento evitando sprechi e duplicazioni.

 

È un processo molto lungo e difficile, perché si tratta di offrire contenuti teorici e pratici in modo compatibile con la mentalità e la cultura del posto.

 

Il processo inizia con la cultura della legalità, della democrazia e dei diritti umani, la pari dignità della donna e dell’uomo, l’alfabetizzazione, l’igiene e la profilassi sanitaria.

 

In seguito, si passa allo sviluppo di piccoli consorzi: di bonifica, agrari, industriali.

All’interno di essi, gli utili che deriveranno dall’esercizio della stessa attività da parte di più persone potranno essere impiegati affinché una o più persone possano dedicarsi alle così dette “migliorie”.

In questo modo, le persone del posto svilupperanno le prime piccole innovazioni per fare meglio quello che esse stesse stanno già facendo.

 

Il tempo e le continue migliorie porteranno alla progressiva automazione delle attività che prima erano svolte solo manualmente.

Questo farà in modo che meno persone saranno necessarie per fare quello che prima facevano in molti.

 

A questo punto, alcuni potranno dedicarsi a studi non più finalizzati unicamente a delle migliorie di applicazione immediata, ma anche a delle conoscenze di applicazione futura (botanica, chimica, fisica, matematica, etc.).

Da qui, col tempo, sorgeranno istituzioni apposite (università e centri di ricerca) nelle quali si farà ricerca teorica e applicata con lo sviluppo di brevetti e di know-how.

 

Ognuna delle fasi ora descritte, sarà orientata al conseguimento di risultati concreti con la condivisione delle responsabilità da parte dei Paesi donatori e dei Paesi beneficiari.

 

Il tutto, lo ripeto, senza regalare know-how sensibile per gli equilibri geo-politici, ma mettendo le persone del posto in condizione di sviluppare il proprio patrimonio di conoscenze e innovazioni.

 

 

Voi quale risposta avreste dato a Tizio?

 

Vi ringrazio per il vostro tempo e per la vostra attenzione.

 

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA

[1] I Paesi sviluppati.

 

[2] I Paesi in via di sviluppo.

 

[3] Risoluzione O.N.U. del 25 settembre 2015 “Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile”,

Si vedano:

  • l’obiettivo 4 punto 4.b “Espandere considerevolmente entro il 2020 a livello globale il numero di borse di studio disponibili per i Paesi in via di sviluppo …”;
  • l’obiettivo 7 punto 7.a “Accrescere entro il 2030 la cooperazione internazionale per facilitare l’accesso alla ricerca e alle tecnologie legate all’energia pulita …”;
  • l’obiettivo 8 punto 8.a “Aumentare il supporto dell’aiuto per il commercio per i Paesi in via di sviluppo …”;
  • l’obiettivo 9 punti 9.a “Facilitare lo formazione di infrastrutture sostenibili e resilienti negli Stati in via di sviluppo …”, 9.b “Supportare lo sviluppo tecnologico interno, la ricerca e l’innovazione nei Paesi in via di sviluppo …” e 9.c “Aumentare in modo significativo l’accesso alle tecnologie di informazione e comunicazione e impegnarsi per fornire ai Paesi meno sviluppati un accesso a Internet universale ed economico entro il 2020”;
  • l’obiettivo 11 punto 11.c “Supportare i Paesi meno sviluppati, anche con assistenza tecnica e finanziaria, nel costruire edifici sostenibili e resilienti utilizzando materiali locali”;
  • l’obiettivo 12 punto 12.a “Supportare i Paesi in via di sviluppo nel potenziamento delle loro capacità scientifiche e tecnologiche, per raggiungere modelli di consumo e produzione più sostenibili”;
  • l’obiettivo 13 punto 13.b “Promuovere meccanismi per aumentare la capacità effettiva di pianificazione e gestione di interventi inerenti al cambiamento climatico nei Paesi meno sviluppati …”;
  • l’obiettivo 14 punto 14.a “… migliorare la salute dell’oceano e di aumentare il contributo della biodiversità marina allo sviluppo dei Paesi emergenti, in particolar modo dei piccoli Stati insulari in via di sviluppo e dei Paesi meno sviluppati”;
  • l’obiettivo 17 punti 17.6 “Rafforzare la cooperazione Nord-Sud, Sud-Sud, la cooperazione triangolare regionale e internazionale …”, 17.7 “Promuovere nei Paesi in via di sviluppo la crescita, lo scambio e la diffusione di tecnologie rispettose dell’ambiente a condizioni favorevoli …”, 17.8 “Entro il 2017 rendere operativo il meccanismo per il rafforzamento della tecnologia della banca e della scienza, della tecnologia e dell’innovazione per i Paesi meno industrializzati …” e 17.16 “Intensificare la partnership globale per lo Sviluppo Sostenibile, coadiuvata da collaborazioni plurilaterali che sviluppano e condividono la conoscenza, le competenze, le risorse tecnologiche e finanziarie, per raggiungere gli obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile in tutti i Paesi, specialmente in quelli emergenti”.

 

Testo in italiano: https://www.unric.org/it/images/Agenda_2030_ITA.pdf

Text in Arabic, English, French, Russian, Spanish, Chinese: https://www.unfpa.org/resources/transforming-our-world-2030-agenda-sustainable-development

 

[4] Tizio intendeva dire che il trasferimento di know-how avrebbe avuto come conseguenza la necessità per le persone che vivono in Europa di andare in Africa in cerca di lavoro.

L’opposto di quello che accade oggi con l’arrivo in Europa di barche cariche di persone provenienti da vari Paesi africani.

 

[5] Alcuni lettori mi hanno rappresentato che scrivere “prefigge” con due “gg” sarebbe un errore di ortografia.

Preso dal dubbio, sono andato a controllare sul vocabolario Treccani on line e ho posto la domanda a Google AI Overview.

Entrambi gli strumenti mi hanno confermato la correttezza di quanto ho scritto.

 

 

[6]

“La dichiarazione di Parigi si articola intorno a cinque principi:
Ownership: i Paesi destinatari devono appropriarsi dei processi di sviluppo. 
Alignment: i Paesi donatori devono basare la loro attività di cooperazione su strategie, istituzioni e procedure locali, cioè riferite ai Paesi di destinazione degli aiuti, con l’utilizzo crescente di sistemi finanziari e di risorse istituzionali locali e così via. 
Il terzo principio è quello del coordinamento tra i Paesi donatori, le cui attività dovrebbero divenire sempre più trasparenti e complementari, in base al principio della divisione del lavoro, che mira tra l’altro a risolvere il problema di duplicazione e dispersione di risorse.
Managing for results: una gestione basata sui risultati raggiunti, piuttosto che sugli input dedicati a questi programmi; e che privilegi, quindi, metodologie adeguate per un monitoraggio dei risultati raggiunti. 
Mutual accountability: donatori e Paesi partner sono reciprocamente responsabili per i risultati conseguiti.”

Cito da: https://www.esteri.it/mae/it/sala_stampa/archivionotizie/approfondimenti/20090309_dalparlamento_commissioneesteri.html

 

“Ownership: Developing countries set their own strategies for poverty reduction, improve their institutions and tackle corruption.

Alignment: Donor countries align behind these objectives and use local systems.

Harmonisation: Donor countries coordinate, simplify procedures and share information to avoid duplication.

Results: Developing countries and donors shift focus to development results and results get measured.

Mutual accountability: Donors and partners are accountable for development results.”

I quote from: https://www.oecd.org/dac/effectiveness/parisdeclarationandaccraagendaforaction.htm

 

Le citazioni sono state verificate alla data di pubblicazione di questo articolo sul sito www.giorgiocannella.com

Cooperazione internazionale e finanza globale

La questione che affronto in questo articolo è come risolvere il contrasto tra le esigenze della cooperazione internazionale e quelle della finanza globale[1].

Il saggio si concluderà con la descrizione di un significato nuovo o più ampio di alcuni concetti chiave della cooperazione internazionale: accountability, professionalità, partenariato, ownership, innovazione.

 

INTRODUZIONE

L’influsso dell’economia e della finanza sui concetti di aiuto internazionale e di sviluppo

A partire dagli anni ’40 del secolo scorso, lo sviluppo è stato inteso unicamente come crescita economica.

Secondo la teoria dell’economia vista come mainstream, la crescita economica avrebbe comportato la diffusione della ricchezza tra le persone.

Solo alcuni economisti impostavano la loro analisi sulla rilevazione degli squilibri fra il Nord e il Sud del mondo e sull’esistenza del così detto Terzo Mondo.

Nel 1987, il rapporto Brundtland[2] all’O.N.U. parlò per primo del concetto di sostenibilità.

Il Rapporto sullo sviluppo umano del 1990 accoglie questo concetto e parla dello sviluppo inteso come salute, conoscenza ed educazione.

Nel 2000, i Millennium Development Goals[3] (da qui in poi, MDG) – 8 in tutto – riguardavano la povertà, l’educazione, la salute, l’ambiente.

Il Rapporto degli economisti Stiglitz – Sen – Fitoussi[4] del 2008 cambia la terminologia usata fino ad allora e parla di benessere.

Nel 2015, i Sustainable Development Goals[5] (da qui in poi, SDG) – 17 in tutto – sono divisi in cinque macro-aree: persone, pianeta, prosperità, pace e giustizia, partenariato globale.

Ad esempio, il lavoro decente e la piena occupazione, concetti dibattuti dagli anni ’70 del secolo scorso, divengono ora un obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG 8).

Giustizia e pace (SDG 16) e partenariato globale (SDG 17) non erano presenti nei MDG del 2000.

Riguardo il partenariato globale, anche qui l’elaborazione del concetto è stata lunga: fu teorizzato negli anni ’90 del secolo scorso come necessaria evoluzione del concetto di aiuto umanitario e fu accolto negli anni 2000 come nuovo paradigma della cooperazione internazionale che non doveva più dare con una mano (l’aiuto allo sviluppo) e togliere con l’altra mano (la politica commerciale degli Stati, la politica dei brevetti, etc.).

Poiché cinque dei diciannove obiettivi del SDG 17 (Partenariato globale) riguardano la finanza, la mancata soluzione del conflitto tra le esigenze della cooperazione internazionale e quelle della finanza implicherà il mancato raggiungimento dei cinque obiettivi ora citati.

Come si vede, l’economia e la finanza hanno influenzato il modo di intendere e di attuare l’aiuto internazionale e lo sviluppo dagli anni ’40 del secolo scorso fino ad oggi.

 

LA DESCRIZIONE DEL PROBLEMA

Il problema può essere descritto nel modo seguente: ogni volta che c’è uno squilibrio – ad esempio, la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi – questo rappresenta un problema per il partenariato globale, ma è al contempo un’opportunità di guadagno per la finanza.

Poiché, per attuare lo sviluppo, si deve tenere conto del contesto storico, politico, sociale, economico e questi aspetti sono fortemente influenzati dalla finanza mondiale, si capisce perché il conflitto in parola è un problema molto attuale per la cooperazione internazionale.

La finanza mondiale negozia beni e strumenti finanziari e guadagna con le oscillazioni dei loro prezzi.

Ai fini di questo saggio, prenderò in esame la negoziazione di beni.

I Paesi così detti in via di sviluppo sono quasi sempre molto ricchi, sia di materie prime, sia di squilibri di vario genere: questa è la condizione ideale perché i prezzi delle materie prime oscillino molto.

 

LA SOLUZIONE DEL PROBLEMA

La soluzione che offro poggia su due concetti: 1 – il lupo va combattuto a casa sua e con le sue regole, 2 – le azioni da porre in essere devono produrre un beneficio per tutti, compresa la finanza mondiale.

Poiché non è possibile far scomparire gli squilibri in un istante, né evitare che la finanza mondiale abbia interesse a realizzare dei profitti, l’unica soluzione che mi viene in mente è: separare la negoziazione delle materie prime dalla titolarità delle decisioni sulla loro commercializzazione da parte del Paese che le detiene.

In altre parole, è necessario che la negoziazione delle materie prime avvenga secondo le regole dell’incontro della domanda e dell’offerta, senza che le autorità del Paese produttore possano decidere a chi venderle e in quale quantità.

In questo modo le autorità del Paese produttore non subiscono più le pressioni per vendere ad alcuni e non ad altri e di conseguenza scompaiono, sia l’interesse a mettere al governo del Paese qualcuno cha sia gradito alle linee di politica estera di altre Nazioni, sia le tensioni che questa influenza ha provocato finora.

L’attenuarsi delle tensioni riduce gli squilibri consentendo la realizzazione dell’obiettivo del partenariato globale (SDG 17), il tutto senza intaccare l’interesse della finanza mondiale a realizzare dei profitti.

 

LA NUOVA FUNZIONE DELLA COOPERAZIONE E IL NUOVO SIGNIFICATO DEI TERMINI

L’applicazione della soluzione che ho ora esposto cambia radicalmente le carte in tavola.

La cooperazione internazionale non ha più la funzione di attenuare le conseguenze di tensioni già in atto, ma quella di prevenire le tensioni[6].

Di conseguenza, cambia anche il significato e la portata dei termini elencati nel titolo di questo saggio.

La responsabilità (accountability) ha ancora il suo triplice profilo[7], ma cambia il suo oggetto: dall’essere responsabili per l’attuazione di progetti di cooperazione volti ad attenuare le conseguenze di tensioni già in atto, all’essere responsabili per la prevenzione delle tensioni.

La professionalità non comprende più soltanto delle figure specializzate nell’assistenza a chi ha bisogno (medici, infermieri), ma anche delle figure specializzate nella prevenzione delle tensioni tramite la loro trasformazione in opportunità di crescita economica (mediatori, avvocati, economisti, finanzieri).

Il partenariato non è più solo quello della realtà straniera con la sua controparte locale per la realizzazione di un progetto in una località precisa, ma assume i connotati del partenariato economico finalizzato alla messa in opera delle strutture materiali[8] e non materiali[9] necessarie a commercializzare i beni di un Paese in modo che ne derivino vantaggi per tutti.

La titolarità (ownership) dei Paesi partner di cooperazione nello stabilire le proprie strategie di lotta alla povertà e alla corruzione e di miglioramento delle istituzioni è ora supportata dalla piena disponibilità dei proventi delle proprie risorse che non vengono più usate per combattere le tensioni che nascono dal desiderio di governare un Paese per decidere a chi venderle e in quale quantità.

L’innovazione, con il suo perseguire il continuo miglioramento delle proprie competenze[10], spinge tutti i soggetti della cooperazione a dotarsi di nuove figure professionali capaci di prevenire le tensioni trasformandole in opportunità di crescita economica (mediatori, avvocati, economisti, finanzieri).

In conclusione, la soluzione che ho proposto in questo saggio fa sì che la cooperazione non abbia più il significato di una benevola disposizione verso obiettivi altrui, ma quello di massimizzare congiuntamente una funzione obiettivo che pondera i fini individuali[11].

 

Vi ringrazio per il vostro tempo e per la vostra attenzione.

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA

[1] Nel fare questo accolgo l’invito seguente:

“Il rapporto tra sviluppo e mercato costituisce un elemento imprescindibile della modernità. La ricerca di percorsi in grado di innalzare il benessere deve essere condotta all’interno delle moderne dinamiche economiche e delle attuali relazioni internazionali. Con ciò si asserisce non tanto l’ineluttabilità di tendenze economiche ingiuste e di relazioni caratterizzate da sfruttamento, ma piuttosto la necessità di confrontarsi con le stesse e di cambiarne l’animus.” (il sottolineato è mio).

Antonio Raimondi, Gianluca Antonelli, Manuale di Cooperazione allo sviluppo. Linee evolutive, spunti problematici, prospettive, Torino, 2001, pagina 233.

 

 

[2]

https://it.wikipedia.org/wiki/Rapporto_Brundtland

 

https://en.wikipedia.org/wiki/Brundtland_Commission

 

 

[3]

https://www.un.org/millenniumgoals/

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Obiettivi_di_sviluppo_del_Millennio

 

https://en.wikipedia.org/wiki/Millennium_Development_Goals

 

 

[4]

http://www.comitatoscientifico.org/temi%20SD/rapportostiglitz.htm

 

https://en.wikipedia.org/wiki/Commission_on_the_Measurement_of_Economic_Performance_and_Social_Progress

 

https://ec.europa.eu/eurostat/documents/118025/118123/Fitoussi+Commission+report

 

https://fr.wikipedia.org/wiki/Commission_Stiglitz

 

 

[5]

https://sustainabledevelopment.un.org/

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Obiettivi_di_sviluppo_sostenibile

 

https://en.wikipedia.org/wiki/Sustainable_Development_Goals

 

[6] Cfr. OECD-DAC, Conflict, Peace and Development Cooperation on the Threshold of the 21st Century, Paris, 1998, nel quale si evidenziano le strette relazioni esistenti fra conflitti e problemi dello sviluppo, nonché la funzione preventiva della cooperazione (pagina 35, nota 47 del Manuale di Raimondi e Antonelli citato in nota 1; il sottolineato è mio).

 

[7] Responsabilità reciproca tra partner nella cooperazione internazionale, responsabilità nei confronti dei destinatari della cooperazione internazionale, responsabilità nei confronti dei rispettivi cittadini e organizzazioni.

 

[8] Gli impianti per l’estrazione e la commercializzazione delle materie prime, nell’esempio fatto nel paragrafo precedente.

 

[9] Accordi commerciali, contratti quadro, moduli contrattuali, piattaforme di negoziazione finanziaria dei beni.

 

[10] “Innovazione: perseguire il continuo miglioramento delle proprie competenze, affinando metodi e strategie operative che siano in grado di attuare approcci innovativi e sempre più efficaci.”

Cito da: https://www.amref.it/pdf/uploaded/1449657545_Codice_etico_Amref.pdf

 

[11] Si veda la nota 2 a pagina 29 del Manuale di Raimondi e Antonelli citato in nota 1.

 

Le citazioni sono state verificate alla data di pubblicazione di questo articolo sul sito www.giorgiocannella.com

Una proposta per i Paesi membri della Iniziativa del Bacino del Nilo

Durante un viaggio di gruppo in Egitto che ho effettuato diversi anni fa[1], ci venne detto che il lago Nasser/Nubia[2] aveva il grande problema dei sedimenti che si accumulano sul suo fondale provenienti dalle zone degli altopiani etiopici attraversati dal Nilo Blu[3].

I documenti ufficiali della Iniziativa del Bacino del Nilo[4] affermano che questi sedimenti ammontano a ben 230 milioni di tonnellate all’anno.[5]

Le stesse fonti affermano che la costruzione delle dighe ha comportato l’accumularsi dei sedimenti negli invasi a monte di esse e la perdita di gran parte della capacità di stoccaggio degli invasi.

La situazione appare di difficile soluzione considerato che rimuovere il limo dagli invasi non è economicamente conveniente e aumentare l’altezza delle dighe è solo una soluzione a breve termine.[6]

A complicare ulteriormente il tutto contribuisce la grande importanza che la produzione di energia idro-elettrica assume in quasi tutti i Paesi membri della Iniziativa del Bacino del Nilo.

In Egitto e Sudan, ad esempio, essa fornisce, rispettivamente, 2.862 e 1.593 megawatts (MW)[7] pari al 12 e al 49 per cento della capacità totale installata[8] (dati del 2011).

 

Date queste premesse, non è difficile ipotizzare un futuro in cui i sedimenti colmeranno l’invaso a monte di una diga per un’altezza pari a quella della diga stessa.

In questa situazione:

  • sarà impossibile aprire le condotte dell’acqua della diga per produrre energia idro-elettrica, perché le aperture delle condotte saranno state raggiunte dal livello dei sedimenti;
  • la diga non sarà più un argine all’acqua del Nilo che traboccherà dalla sommità della diga riproponendo in tal modo il fenomeno delle inondazioni incontrollate che si verificavano prima della costruzione della diga stessa;
  • le aree più colpite dalle inondazioni saranno quelle più vicine alle rive del Nilo dove oggi si trovano le aree più densamente popolate[9];
  • l’acqua che trabocca dalla sommità della diga renderà molto difficile la sua manutenzione[10].

 

Non c’è bisogno di essere un ingegnere per comprendere che rimuovere i sedimenti dall’invaso a monte della diga è un’operazione indispensabile per l’efficienza di quest’ultima e per prolungarne l’operatività.

La rimozione dei sedimenti dall’invaso va considerata, quindi, come un costo da affrontare per la manutenzione della diga.

I sedimenti del Nilo sono un fertilizzante naturale (il limo) che per secoli ha reso florida l’agricoltura per un’ampia area lungo le sue rive[11].

I ricavi ottenuti dalla vendita del limo e i risparmi derivanti dalla minore importazione di fertilizzanti chimici dall’estero si contrapporrebbero ai costi necessari per l’asportazione dei sedimenti dall’invaso.

Inoltre, vi sarebbe ancora la possibilità di produrre energia idro-elettrica e nessuna piena incontrollata del Nilo.

Infine, si potrebbe continuare a manutenere una diga all’asciutto, piuttosto che una diga sommersa.

Comprendiamo bene dunque che i costi dell’asportazione dei sedimenti dall’invaso a monte di una diga sarebbero ampiamente superati dai ricavi e dai risparmi di spesa che ho ora elencato.

 

L’unica alternativa all’asportazione dei sedimenti dagli invasi, che consenta altresì di evitare il verificarsi dello scenario catastrofico al quale ho accennato poc’anzi, consiste nello smantellamento delle dighe.

Questa operazione, però, ha dei costi altissimi[12] e comporta la perdita di ogni vantaggio derivante dalle dighe[13].

 

In base a queste considerazioni, propongo alle Autorità dei Paesi membri della Iniziativa del Bacino del Nilo di procedere con convinzione alla rimozione dei sedimenti che si accumulano nei bacini idrici delle dighe sul fiume Nilo.

Mi auguro che questa mia proposta possa contribuire al cammino dei Paesi membri della Iniziativa del Bacino del Nilo sulla via della prosperità.

 

Vi ringrazio per il vostro tempo e per la vostra attenzione.

 

 

NOTE A PIE’ DI PAGINA

[1] Nel mese di gennaio del 1989.

 

[2] Il bacino idrico creato dalla Alta Diga o Grande Diga costruita ad Assuan in Egitto e terminata il 21 luglio 1970.

Per maggiori informazioni sulla diga di Assuan si veda:

https://it.wikipedia.org/wiki/Diga_di_Assuan .

Per maggiori informazioni sul lago Nasser/Nubia, si veda:

https://it.wikipedia.org/wiki/Lago_Nasser .

 

[3] Tra le molte fonti che parlano di questo problema si veda:

https://it.wikipedia.org/wiki/Diga_di_Assuan#Problemi_ambientali .

 

[4] Traduco dal testo originale in inglese consultabile in internet all’indirizzo:

http://www.nilebasin.org/index.php/nbi/who-we-are .

 

“The Nile Basin Initiative (NBI) is an intergovernmental partnership of 10 Nile Basin countries, namely Burundi, DR Congo, Egypt, Ethiopia, Kenya, Rwanda, South Sudan, The Sudan, Tanzania and Uganda. Eritrea participates as an observer.

For the first time in the Basin’s history, an all-inclusive basin-wide institution was established, on 22nd February, 1999, to provide a forum for consultation and coordination among the Basin States for the sustainable management and development of the shared Nile Basin water and related resources for win-win benefits.”.

 

“L’Iniziativa del Bacino del Nilo (NBI) è una partnership intergovernativa di 10 paesi del bacino del Nilo, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Etiopia, Kenya, Ruanda, Sud Sudan, Sudan, Tanzania e Uganda. L’Eritrea partecipa come osservatore.

Per la prima volta nella storia del bacino [del Nilo, n.d.a.] è stata creata, il 22 febbraio 1999, un’autorità di bacino onnicomprensiva che offre un forum per la consultazione e il coordinamento tra gli Stati rivieraschi per la gestione e lo sviluppo sostenibili del bacino del Nilo tra essi condiviso e delle risorse a esso correlate al fine di ottenere vantaggi per tutti.”.

 

[5] Traduco dal testo originale in inglese della Nile Basin Initiative, State of the river Nile basin 2012, capitolo 2, pagina 48, consultabile in internet all’indirizzo:

http://sob.nilebasin.org/pdf/Chapter_2_Water%20resources.pdf .

 

“From analysis of sediment accumulation in Sudanese reservoirs, the total load of sediment in the Nile is estimated to be about 230 million t/yr.

Only about 2 per cent of this is bedload, while the rest is suspended load.

The contribution from the different parts of the basin to the total load is not even, but is strongly focused towards the Ethiopian Highlands.

The largest sediment contribution (61%) comes from the Blue Nile (Abay) catchment, followed by a considerable contribution (36%) from the Atbara (Tekezze), and an insignificant (3.5%) input from the rest of the Nile catchment – mainly the Equatorial Lakes plateau, the Sudd area and hyper-arid Red Sea Hills region.” (bold is mine).

 

“Dall’analisi dell’accumulo dei sedimenti negli invasi del Sudan, il peso totale dei sedimenti nel Nilo è stimato in circa 230 milioni di t / a.

Solo il 2 percento circa di esse è ubicata sul letto del fiume, mentre il resto è disciolto in acqua.

Il contributo delle diverse zone del bacino al totale dei sedimenti non è uniforme, ma è fortemente localizzato sugli altopiani etiopici.

La gran parte dei sedimenti (61%) proviene dal bacino idrico del Nilo Blu (Abay), seguito da un contributo considerevole (36%) dall’Atbara (Tekezze) e un contributo insignificante (3,5%) dal resto del bacino del Nilo – principalmente dall’altopiano dei laghi equatoriali, dall’area Sudd e dalla regione iper-arida delle colline del Mar Rosso.” (il grassetto è mio).

 

[6] Traduco dal testo originale in inglese della Nile Basin Initiative, State of the river Nile basin 2012, capitolo 2, pagina 49, consultabile in internet all’indirizzo:

http://sob.nilebasin.org/pdf/Chapter_2_Water%20resources.pdf .

 

“For thousands of years, and until the closure of the Aswan High Dam in 1964, the fertile volcanic muds carried by the summer floods of the Nile were a critical feature of the farming system in Egypt, and brought prosperity to ancient Egyptian dynasties.

Sands and mud of Nile provenance have been identified in the Nile cone and along the margins of Israel, while finer-grained clays have been traced asfar north as Turkey.

Over the last 100 years, dams have been built in Egypt and The Sudan for flood regulation, water supply, and hydropower generation.

These dams have virtually halted the transport of sediment to the sea, and caused a dramatic shift in sediment dynamics and geomorphological processes in the Egyptian Nile.

Fluvial erosion of the river channel and direct inputs of aeolian dust are today the main sources of suspended sediments downstream of Aswan.

Rather than accumulating within the Nile Delta and fan, huge volumes of sediment now accumulate in reservoirs, resulting in rapid loss of storage capacity on one side, and ravaging erosion of the deltaic cusps on the other.

The dams constructed in the basin to deal with the problem of seasonal and interannual flow variability in the Nile include the Aswan High Dam and Merowe Dam on the Main Nile, the Jebel Aulia on the White Nile, the Roseires Dam on the Blue Nile (Abay), and the Khasm el Girba on the Atbara (Tekezze).

These dams provided essential storage to serve the ever-growing and year round irrigation demands in Egypt and The Sudan.

However, the rapid sedimentation in the reservoirs has affected their effectiveness and shortened their lifespan.

The storage capacity of the Roseires and Khasm el Girba reservoirs, for example, are estimated to have fallen by 60 per cent and 40 per cent respectively over the first 30 years of operation.

Desilting of these dams is not economically viable, although raising their height may be a short-term option.” (bold is mine).

 

“Per migliaia di anni, e fino alla chiusura della diga alta di Assuan nel 1964, i fertili fanghi vulcanici trasportati dalle inondazioni estive del Nilo furono una caratteristica fondamentale del sistema agricolo in Egitto e portarono prosperità alle antiche dinastie egiziane.

Sabbie e fango provenienti dal Nilo sono state identificate nel cono del Nilo e lungo i margini di Israele, mentre le argille a grana fine sono state rintracciate verso nord fino alla Turchia.

Negli ultimi 100 anni sono state costruite dighe in Egitto e nel Sudan per la regolamentazione delle inondazioni, l’approvvigionamento idrico e la produzione di energia idroelettrica.

Queste dighe hanno praticamente arrestato il trasporto di sedimenti verso il mare e provocato un drastico cambiamento nella dinamica dei sedimenti e nei processi geomorfologici nel Nilo egiziano. L’erosione operata dal fiume del suo stesso canale e l’ingresso diretto di polveri eoliche sono oggi le principali fonti di sedimenti sospesi a valle di Assuan.

Anziché accumularsi all’interno del delta del Nilo e sparpagliarsi, enormi volumi di sedimenti si accumulano ora negli invasi, con la conseguente rapida perdita della loro capacità di stoccaggio, da un lato, e la devastante erosione delle cuspidi del delta, dall’altro lato.

Le dighe costruite nel bacino per affrontare il problema della variabilità del flusso stagionale e inter-annuale del Nilo comprendono la diga di Assuan e la diga Merowe sul Nilo principale, la diga di Jebel Aulia sul Nilo Bianco, la diga di Roseires sul Nilo Blu (Abay), e la diga di Khasm el Girba sull’Atbara (Tekezze).

Queste dighe fornivano lo stoccaggio essenziale per soddisfare le sempre crescenti esigenze di irrigazione in Egitto e nel Sudan durante tutto l’anno.

Tuttavia, la rapida sedimentazione negli invasi ha influito sulla loro efficacia e ne ha accorciato la durata operativa.

Per esempio, la capacità di stoccaggio degli invasi di Roseires e di Khasm el Girba è diminuita rispettivamente del 60% e del 40% nei primi 30 anni di attività.

L’asportazione del limo da queste dighe è una soluzione economicamente non percorribile, d’altra parte aumentare la loro altezza può essere un’opzione a breve termine.” (il grassetto è mio).

 

[7] Nile Basin Initiative, State of the river Nile basin 2012, capitolo 6, si vedano i grafici a torta alle pagine 168 e 169, visionabili in internet all’indirizzo:

http://sob.nilebasin.org/pdf/Chapter%206%20Hydropower.pdf .

 

[8] Nile Basin Initiative, State of the river Nile basin 2012, capitolo 6, si veda il grafico a rettangoli a pagina 169, visionabile in internet all’indirizzo:

http://sob.nilebasin.org/pdf/Chapter%206%20Hydropower.pdf .

 

[9] A titolo di esempio, si pensi alle aree urbane delle capitali dell’Egitto e del Sudan – Il Cairo e Khartum – collocate proprio lungo le rive del Nilo.

 

[10] Non sono un ingegnere. Per questo mi chiedo quanto a lungo può rimanere integra una diga colmata dai sedimenti, la cui manutenzione è molto difficile a causa dell’acqua che trabocca dalla sua sommità.

 

[11] Si veda la nota numero 6.

 

[12] Svuotare l’invaso di tutta l’acqua che vi si trova, asportare tutti i sedimenti dall’invaso, demolire la diga. Il tutto dopo avere deviato il corso del Nilo per poter effettuare i lavori.

 

[13] La perdita dell’investimento effettuato per costruire la diga, il ritorno al fenomeno delle piene incontrollate del Nilo con i danni che esse provocheranno ai centri abitati che si trovano lungo le rive del fiume (a tale riguardo si veda la nota numero 9), la perdita della quota di energia idro-elettrica prodotta con le dighe sul totale della capacità installata nel Paese (a tale riguardo si veda la nota numero 8).

 

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